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Un giocattolo per sognare

Nel 1958, quando avevo nove anni, i giocattoli arrivavano il giorno dell'Epifania: li portava la befana, il 6 gennaio. Una calza di nylon della mamma veniva appesa a capo del letto la sera prima e la mattina dopo dentro ci trovavo un po' di caramelle e qualche biscotto fatto in casa. Più tardi, uno zio si incaricava di portarmi un giocattolo: una giostrina di plastica, una trottola di metallo o di legno, una trombetta, una pistola ad acqua.

Non mi portò mai il giocattolo che più avrei desiderato avere: un trenino di latta composto da locomotiva, vagoni e binari.

Nel paese dove abitavo c'era un solo negozio che vendeva giocattoli. E tra questi spiccava proprio un trenino di latta dai colori sgargianti: aveva vagoni passeggeri e vagoni merci. E ogni volta mi chiedevo chi fosse il bambino fortunato che riusciva ad averlo in regalo. Non faceva certamente parte della cerchia dei miei amici: eravamo tutti molto poveri, figli di disoccupati, di braccianti, di muratori, di contadini.

Forse il trenino finiva in casa del figlio del medico condotto, o in quella del figlio del farmacista. Ma né l'uno, né l'altro si erano mai vantati a scuola di averne ricevuto uno dai rispettivi genitori. Forse era un segreto che dovevano nasconderci.

Il trenino, una volta, avevo provato a costruirmelo da solo in una falegnameria. Il padrone mi teneva come piccolo apprendista nelle ore in cui ero libero da scuola.

- Vacci - mi diceva ma madre - magari impari un mestiere migliore di quello di tuo padre.

Da quando era chiuso il pastificio dove faceva gli spaghetti, mio padre era rimasto disoccupato e si arrangiava come poteva: una settimana in campagna, una sui ponteggi a trasportare la calce, un'altra a rompere le pietre da qualche parte.

Un giorno ci disse: - Mi vergogno. Non posso continuare così. Parto.

E partì. Ossia emigrò in Francia. Salì sul treno che arrivava in paese, puntuale, alle otto e trenta di sera, e mi disse che dal quel momento l'uomo di casa ero io.

La mia passione per il trenino era nata proprio vedendo passare i treni a carbone dalla stazione del mio paese. Pochi treni al giorno che aspettavo con ansia abbrancato ai cancelli del passaggio a livello. I treni venivano annunciati da un pennacchio di fumo e da un fischio acutissimo, prima di apparire alla curva con i loro fanali simili a grandi occhi pungenti.

Il treno si fermava, le porte si aprivano, e mentre i passeggeri scendevano e salivano, i macchinisti ne approfittavano per spalancare la fornace della locomotiva e per riempirla di carbone che attingevano a palate dal cassone alle loro spalle.

Quando il treno ripartiva, fissavo intensamente i vagoni in movimento, e avevo la netta impressione di muovermi anch'io, ma in direzione opposta. Era un miraggio che svaniva quando l'ultimo vagone mi superava e si infilava con gli altri nella galleria.

Chissà dove andava quel treno, che un giorno si era portato via mio padre, rubandomelo tra lacrime, abbracci e raccomandazioni. Chissà quali paesaggi attraversava, chissà a quante altre stazioni si fermava.

Conoscevo solo la cerchia del mio paese, la campagna che lo circondava, e una volta ero arrivato fino al convento dei frati ai quali mia nonna lavava la biancheria. Ma cosa ci fosse oltre certe alture che sembravano far da muro al paese, lo ignoravo.

Forse era per questo che il desiderio di avere un trenino di latta era diventato a un certo punto così forte. Avrei voluto accarezzarlo nel buio, interrogarlo sugli itinerari sconosciuti lungo i quali forse si era smarrito mio padre, che si rifaceva vivo con noi solo con una lettera al mese. Scriveva che si sentiva solo, che dormiva dentro certe baracche dove d'inverno faceva freddo, ma che lavorava tante ore al giorno per mandarci la maggior parte dei soldi che riusciva a guadagnare. Mia madre, formica coscienziosa, si sforzava di mettere da parte quanto poteva, per poi mostrare a mio padre i suoi sudati risparmi. Mio padre tornava a casa a Natale e a Pasqua e le diceva che era molto brava.

Non ebbi mai il coraggio di chiedere a mia madre di usare un po' di quei risparmi per comprarmi un trenino di latta. Era un regalo da signori, lo sapevo. Con i soldi necessari ad acquistarlo avrebbe potuto procurarci delle uova e un po' di carne.

- Sei il figlio di Lucia,vero? - mi chiese un giorno il proprietario del negozio, dopo avermi visto contemplare a lungo il treno nella vetrina.

- Sì - gli risposi.

- L'ho capito che quel treno ti piace. Ma non te lo posso mica regalare. Io sto qui per vendere, capisci? Purtroppo ti devi rassegnare. E' quasi buio. Torna a casa. Tua madre si potrebbe preoccupare.

Poi, un giorno, mio padre ci scrisse che aveva finalmente trovato un buco dove avremmo potuto vivere di nuovo tutti insieme, riformare la famiglia, e ci chiese di raggiungerlo, perché era stanco di cucinarsi da solo.

E una sera, col cuore in gola, perché lasciavo i miei compagni di giochi, mi preparai ad aspettare quel treno delle otto e trenta che ci avrebbe portati lontano. Finalmente avrei salito i due gradini di legno e sarei entrato in uno di quei vagoni di seconda classe che mi avevano fatto sognare. Non sapevo qual era il futuro che mi aspettava, ma non ero spaventato. Il trenino di latta era diventato un treno vero e me ne ero impossessato stringendo la mano di mia madre angosciata.

- Chissà com'è questa Parigi - sospirò mia madre quando si fece la croce mentre il treno passava davanti al cimitero, dov'era sepolta la nonna.

Ma io mi affrettai a guardare oltre con una curiosità che non mi ha mai lasciato.

Nonni e storie

Racconto uscito nella pubblicazione fuori commercio "I MIEI NONNI" nella collana I QUADERNI DI BARBARA, a cura di Barbara Schiaffino per la rivista ANDERSEN - Il mondo dell'infanzia, 2003.

"Angelo, è ora".
Apro gli occhi, sbadiglio, inquadro i baffi arricciati di mio nonno, mi rendo conto a poco a poco di dove sono.
Sono raggomitolato nel lettone dei due vecchi che mi ospitano spesso, perché a casa mia o fa troppo caldo o fa troppo freddo.
Dagli scuri socchiusi della finestra entra una luce pallida. Sta per finire la notte.
"Che ore sono?", chiedo.
"Le quattro. Ma se non te la senti…."
"Me la sento, me la sento…"
Salto giù dal letto, indosso i pantaloncini e una camiciola, mia nonna versa un po' d'acqua fresca in un catino smaltato, mi stropiccio gli occhi, do una ripassata alle orecchie.
"Ecco, sono pronto", dico.
"Tieni, bevi questo poco d'orzo", mi dice la nonna.
Mio nonno ha già preparato il tascapane. Dentro ci sono pane, formaggio, olive, pomodori.
"Lo porto io", dico.
Me lo carico in spalla ed esco sulla strada.
E' una mattina di giugno, ho nove anni e le rondini sono già al lavoro nella tenue luce dell'alba.
"Dove andiamo?", chiedo.
"Nel fondo di massaro Carmine".
Lo conosco. Ci sono già stato altre volte e affretto il passo imboccando un sentiero di campagna affiancato da muretti a secco.
L'aria è fresca e il cielo è limpido. Più tardi farà caldo e il sole inchioderà le lucertole sulle pietre.
Mio nonno si liscia i baffi e dice: "Mi basteranno tre ore per sistemare alcune piantine.Poi ci porteremo a casa latte fresco e un fazzoletto di fichi".
Mezz'ora e siamo in vista della cascina. Mio nonno l'aggira, raggiunge l'orto che gli è stato affidato, si toglie la giacca, si rimbocca le maniche della camicia, afferra una zappetta, ne saggia il filo con un dito e dice: "Siediti sotto quell'albero".
Mi acquatto sotto il mandorlo che mi ha indicato, e aspetto.
"Ti ho raccontato di quel periodo in cui ero incaricato di accendere i lampioni sul lungomare?", comincia mio nonno.
"No", gli rispondo mentendo.
"Allora ascolta".
Dopo la storia dei lampioni verrà quella del diavolo che si nasconde nelle grotte che si affacciano sui burroni, quella dei fantasmi che infestavano la campagna durante la guerra, quella della nonna che partorisce da sola, quella dei morti che partecipano alla messa di mezzanotte.
E poi chissà quali altre storie verranno, mentre mio nonno zappetta la terra, sistema solchi, sfronda piante, annusa la salvia e accarezza i pomodori.
Il sole è ormai sopra l'orizzonte, l'aria è piena di strilli e di voli, io me ne sto sotto l'albero, chiudo gli occhi e ascolto.
Ricordo ancora a memoria le storie di mio nonno, me le ripeto quando viaggio per le strade d'Italia o d'Europa, le racconto a chi non lo ha conosciuto e mi chiede perché oggi faccio lo scrittore.

Carta da giornale e un eroe solitario

Racconto uscito sul n.470, 21 aprile 2001, di POPOTUS, inserto di Avvenire

La madre di Lino comprava il pesce fresco almeno tre volte la settimana. E per il pescivendolo del mercato di via Porpora era una buona cliente.
_Torni a trovarmi, mi raccomando _ le diceva l'uomo dopo averla servita.
_Ci conti _ lo rassicurava la madre di Lino.
A Lino il pesce non piaceva molto, a parte le alici e le sardine. Ma quando la madre tornava dal mercato, si impossessava subito della carta da giornale in cui il pesce era avvolto.
_Si può sapere cosa te ne fai? Puzza ed è da buttare _ gli diceva sua madre.
_Gli do solo un'occhiata _ diceva Lino.
Quella carta da giornale era fantastica. Lino cercava subito la data, e quanto più vecchio era il giornale, tanto più contento era.
A volte il pesce era impacchettato in fogli di giornale che risalivano anche a cinque anni prima.
Lino aveva otto anni, e quando quel giornale era stato stampato, lui mangiava ancora le pappine.
Allora si chiudeva nella sua camera, si allungava sul letto e leggeva i fogli che sapevano di muffa e di pesce.
"Terremoto in Turchia. Centinaia di morti".
Lino chiudeva gli occhi, li riapriva e si trovava davanti a un palazzo che era crollato come un castello di carta.
Nell'aria c'era puzza di bruciato, la gente si aggirava tra le rovine con occhi inebetiti, gli elicotteri volteggiavano nell'aria, le ruspe si scagliavano contro i muri pericolanti.
"Posso fare qualcosa?", chiedeva Lino a un uomo della croce rossa, a un poliziotto stravolto o a una donna che piangeva.
Ma nessuno gli dava retta.
Lino si infilava sotto le macerie, si muoveva a tentoni tra improvvisati cunicoli, e salvava un gatto, o un bambino che stringeva al petto il suo giocattolo preferito.
"Come hai fatto?", gli chiedevano i soccorritori.
"Ho buone orecchie e poi non ho paura di niente".
"Complimenti, sei un eroe".
I giornali e la televisione riferivano il fatto, e Lino adottava il micio o diventava amico del bambino che aveva salvato.
Se il giornale che avvolgeva il pesce riportava la notizia di una rapina in banca, Lino respirava profondamente, si concentrava, e si ritrovava quasi subito davanti alla banca assaltata.
"Mettete giù le pistole e arrendetevi!", gridava ai due banditi dal volto mascherato, mentre uscivano dalla banca, dopo aver immobilizzato l'uomo della Mondialpol, che si dibatteva invano con un cerotto sulla bocca.
Poteva darsi che uno dei due tentasse di prendersi gioco di lui e gli dicesse:"Togliti di mezzo, marmocchio".
Be', Lino la parola marmocchio non la sopportava proprio. Allora si arrabbiava veramente, cominciava a prendere a calci il bandito, finché la gente esclamava: "Che fegato ha quel bambino!"
A quel punto i banditi si facevano prendere dal panico, si sbarazzavano del bottino(parecchi milioni stretti in un sacco) e scappavano su una moto gridando: "Ce la pagherai, marmocchio!".
Ma non facevano molta strada, perché una volante della polizia li bloccava, li ammanettava e li portava in carcere.
La gente soccorreva Lino, che nella lotta era caduto e si era slogato una caviglia, e continuava a ripetergli: "Meno male che c'eri tu".
Lino riapriva gli occhi, pensava ai due rapinatori che guardavano il cielo dalle sbarre di una prigione, si sentiva un po' triste ma si diceva: "Dovevo farlo".
Subito dopo la madre gli gridava:"Lino, butta quella carta, sennò la tua camera puzzerà di marcio".
Lino dava un'ultima occhiata ai fogli che aveva davanti.
Se era fortunato, poteva ancora vincere un paio di miliardi al lotto, oppure tagliare il traguardo per primo in una gara di nuoto alle olimpiadi, o salvare la sua classe da un incendio appiccato senza volerlo da un bidello che fumava di nascosto.
Comunque, quasi sempre il giornale che veniva dal mercato era una vera miniera di notizie. Venivano da lontano e lo portavano lontano, come aveva sempre sognato di fare.
Ma a sua madre non avrebbe detto nulla. Era sicuro che avrebbe allargato le braccia e gli avrebbe detto: "Sei il solito. Hai sempre la testa per aria".
E quelle parole,Lino, non le sopportava proprio.

La Bambina dal sorriso fiorito

C'era una volta una bambina di nome Patrizia. Aveva sei anni e faceva la prima elementare. Era una bambina come tutte le altre: aveva i capelli lunghi, gli occhi color castano ed era magrolina. Le piacevano molto i colori chiari, perciò indossavà sempre camicette bianche o rosa e gonne celesti o gialle.
Ma Patrizia aveva una cosa che altri non hanno: e cioè un bellissimo sorriso. Ogni volta che sorrideva, tutti i bambini correvano a guardarla da vicino.
Il sorriso di Patrizia diventava sempre più luminoso. A un certo punto diventò tanto luminoso, che sulle sue labbra sembrava accendersi una lampadina.
Fu così che, quando c'era il temporale e il cielo si faceva nero, i suoi compagni di classe le si mettevano intorno e le chiedevano di sorridere.
«Grazie, Patrizia!», le diceva più tardi la maestra. «Se non c'era il tuo sorriso luminoso, chi sa quante lacrime avrei dovuto asciugare».
E Patrizia, tutta felice per le parole della maestra, faceva un sorriso luminosissimo.
Ma un giorno sulle labbra di Patrizia cominciarono a spuntare altre cose, quando sorrideva.
«Oh,mamma mia!», esclamò una mattina sua madre. «Patrizia, come ti è venuto in mente di mangiare dei fiori? E dove li hai presi, poi?».
Già, perché dalla bocca di Patrizia, mentre sorrideva a sua madre, erano uscite all'improvviso quattro margherite. Erano proprio belle ed erano fresche come se fossero state raccolte un momento prima da un prato o da un giardino.
Patrizia era sbalordita, ma non si impaurì.
«Guarda, mamma, che a me i fiori piacciono, ma non li mangio mica!», rispose. E fece un bel sorriso.
Ma aveva appena schiuso le labbra e mostrato i dentini, che fuori dalla bocca volarono tre roselline dai petali rosa e profumatissime.
«Non spaventarti, Patrizia, mi raccomando», le disse la madre con voce tremante. «Vedrai che ti passa. Oggi pomeriggio andiamo dal dottore e gli chiediamo di darti uno sciroppo o qualche polverina».
«Ma io non sono affatto spaventata, mamma», disse Patrizia. E le fece uno dei suoi sorrisi più splendidi, per rassicurarla. Subito le spuntarono fra i denti quattro violette primaverili. La madre, sempre più spaventata, si affrettò a raccoglierle e le mise sul tavolo insieme alle margherite e alle roselline.
Non osava nemmeno guardare il mazzetto che si era formato, perché era sicura che i fiori fossero stregati. Anzi, era meglio se li buttava subito nel sacchetto dell'immondizia, pensò. Ma mentre stava per farlo, Patrizia le si mise davanti.
«Perché vuoi buttarli via?», le chiese. «Sono fiori così belli! E poi sono miei, li ho fatti io».
La madre inorridì a sentirla parlare così. E non sapendo decidersi, con la mano tremante restituì i fiori a sua figlia. Quando quel pomeriggio si recarono dal medico di famiglia, la mamma raccomandò a Patrizia di non sorridere a nessuno per nessun motivo.
«E se qualcuno mi dice delle cose carine, oppure vedo un cane camminare sulle zampe di dietro, come faccio a non ridere?», le chiese Patrizia.
«Fai uno sforzo e stringi le labbra, ma non ridere, per carità! Non vorrei che venisse a saperlo tutta Torino e che ci venissero i giornalisti in casa. E intanto speriamo che il medico ti guarisca presto».
E così Patrizia, per la prima volta da quando la conosceva, non sorrise alla vecchietta del primo piano, che le faceva una carezza ogni volta che la incontrava per le scale. La poverina ci rimase davvero male. Ma Patrizia fu dispiaciuta persino più di lei. Tanto che, fatti pochi passi, si voltò per farle un sorriso piccolo piccolo. Sua madre, però, se ne accorse e le mise svelta una mano davanti alla bocca. Quando la sollevò, si trovò tra le dita una primula dai petali un po' sgualciti. Il dottore accolse Patrizia con un gran sorriso, perché la conosceva da quando era nata, si può dire. Patrizia, naturalmente, gli sorrise a sua volta, e il dottore, stupito, si trovò tra i piedi un piccolo garofano rosso.
La madre gli spiegò in fretta la situazione. Ma il medico, dopo averla ascoltata e averci pensato a lungo, concluse che non sapeva proprio come regolarsi.
«È la prima volta che mi capita di incontrare una malattia di questo genere», disse. «E credo proprio che non ci siano in commercio delle medicine per guarirla. Tuttavia, se devo dire la verità, cara signora, a me non dispiacerebbe avere una bambina cui spuntano dei fiori dalla bocca, quando sorride». Patrizia fu contenta di sentir parlare così il dottore. E gli rivolse un sorriso di grande simpatia. Il dottore si chinò e raccolse dal pavimento due splendidi fiordalisi.
Ma la madre di Patrizia afferrò la bambina per una mano e scappò via.
«Se adesso anche i medici non sanno aiutarti a guarire le malattie, stiamo proprio freschi», si ripeteva, mentre tornava a casa con la figlia.
A un certo punto pensò che forse quella malattia era dovuta al fatto che sua figlia mangiava troppi dolci. O, forse, la colpa era sua, perché le spruzzava troppo profumo addosso e la inondava con nuvole di borotalco dopo averle fatto il bagno. Perciò quella sera, quando la spogliò e la mise nella vasca, decise di non versare nell'acqua nemmeno una goccia di bagnoschiuma e adoperò solo un sapone neutro per strofinarla delicatamente. Inoltre, prima di metterla a letto, le diede, sì, il solito bicchiere di latte, ma senza neppure un granello di zucchero.
Patrizia era proprio seccata per queste novità. Ma mentre sua madre le accarezzava i capelli e le rimboccava le coperte, Patrizia la guardò negli occhi e capì che quella donna era davvero preoccupata. Allora, per rasserenarla un po', le disse: «Su, non prendertela così, mamma. Vedrai che prima o poi guarisco». E le rivolse un sorriso affettuosissimo. Manco a dirlo, sulle lenzuola e sul cuscino di Patrizia si sparsero fiori di pesco e di arancio, profumando intensamente la stanza. La madre emise un sospiro, aprì la finestra per cambiare l'aria, la richiuse, raccolse i fiori, baciò la figlia e se ne andò che aveva quasi le lacrime agli occhi.
Quella notte Patrizia fece uno strano sogno. Si trovava in una città abitata soltanto da bambini e bambine della sua età. E a tutti, quando sorridevano, spuntavano fiori sulla bocca. Se c'erano bambini che avevano il viso imbronciato e gli occhi tristi, subito gli altri li circondavano, li prendevano per mano e si mettevano a correre insieme per le strade vuote. E quando anche quei bambini finalmente ridevano, fra i loro denti si facevano strada fiori freschi, profumati e dai mille colori.
Il sogno durò a lungo e la mattina dopo, quando si svegliò, Patrizia vide che tutta la stanza era inondata di fiori. Evidentemente, mentre sognava, aveva sorriso per davvero e dalla sua bocca erano usciti centinaia e centinaia di fiori.
Quando la madre entrò più tardi per salutarla, non sapeva dove mettere i piedi e le sembrò di essere capitata in un giardino nella sua piena fioritura primaverile. Stava per mettersi le mani nei capelli, tanto si sentiva disperata, quando Patrizia le sorrise.., senza che un solo fiorellino le spuntasse sulle labbra.
La madre rimase allora immobile sulla porta a contemplare il sorriso della figlia. Poi, pian piano, e scostando i fiori che coprivano il pavimento, si avvicinò al letto di Patrizia, si inginocchiò accanto a lei e l'abbracciò stretta stretta. Stettero così, madre e figlia, per qualche momento, in silenzio.
Infine, prima di alzarsi, la mamma sussurrò all'orecchio di Patrizia queste parole: «Scusami, Patrizia, se sono stata tanto sciocca. I tuoi fiori erano bellissimi e io non me n'ero accorta».