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In queste pagine riporto non solo le interviste fattemi da critici o riviste, ma anche quelle dei bambini che ho incontrato nelle loro classi, a scuola, o in biblioteca.
Probabilmente, le interviste dei bambini sono le migliori, perchè ti chiedono ciò che davvero li incuriosisce nel mestiere e nel lavoro di uno scrittore.

Intervista con Angelo Petrosino
Istituto Comprensivo "A.Fogazzaro" - Follina (TV)

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Intervista con Angelo Petrosino
Trascrizione di una conversazione avuta con i ragazzi della prima media della scuola Rodari di Crusinallo - Novara 1992

Per conoscere meglio l'autore potete leggere questi brani tratti da una intervista. Le domande sono di un gruppo di ragazzi di prima media della scuola Rodari di Crusinallo (Novara). L'intervista si è svolta l'8 maggio 1992 a Torino, nella scuola elementare Anna Frank di via Vallauri dove Angelo Petrosino insegna. La conversazione è stata registrata col magnetofono e poi messa per iscritto nelle parti qui presentate. Per non sciupare l'immediatezza del discorso, si è cercato di conservare nella trascrizione la forma tipica della lingua parlata.

Come le è venuta l'idea di scrivere il diario di una bambina?

Ho pensato di scriverlo perché nella letteratura italiana per ragazzi il diario di una bambina finora non c'era. C'era il diario di Giamburrasca e il diario di De Amicis, il Cuore. E poi perché ho voluto fare una scommessa. Era possibile che io, uomo, fossi capace di mettermi per così dire nella testa di una bambina?
Ho creduto di poter fare questo tentativo perché con i bambini e le bambine ci sto ormai da vent'anni, quindi credo di conoscerli abbastanza bene. Probabilmente sono riuscito a creare un personaggio vero. Infatti le bambine che lo leggono, ma anche le donne adulte, mi dicono che si sono ritrovate nel diario. Ci hanno trovato se stesse.
È molto interessante provare a mettersi nei panni degli altri. Non è facile, però è una scommessa che tutti potrebbero fare... Provare a ragionare come ragionano gli altri: un bambino come ragiona un adulto, un adulto come ragiona un bambino. Uno scrittore chiamato Flaubert ha immaginato di ragionare come una donna che si chiama madame Bovary.
E' un bel tentativo, una cosa che consiglio a tutti di fare: mettersi nei panni di un altro, vedere il mondo con altri occhi.

Lei come ha fatto a immedesimarsi così bene nel personaggio di una bambina?

Credo perché le bambine e i bambini con i quali sto tanto tempo non sono soltanto degli alunni che classifico sul registro. Sono bambini e bambine con cui discuto moltissimo, che mi raccontano molto di sé, del mondo che hanno in intorno, delle idee che hanno in testa. Me le raccontano perchè nella nostra classe c'è un clima particolare. Siamo tutti amici in qualche modo. Questo mi ha permesso di entrare nel mondo dei bambini; e allora ho provato a raccontare guardando con i loro occhi, pensando con la loro testa.

Le sue attività di maestro e di scrittore quindi sono collegate!

Io credo che se non facessi il maestro non sarei capace di essere quel tipo di scrittore che attualmente sono. Infatti i personaggi dei miei libri sono bambini veri, anche se poi a loro accadono cose che spesso i bamhini reali possono solo sognare, sperare.
Facendo il maestro conosco i bambini: cosa pensano, come ragionano, come agiscono tra loro, quali rappori hanno con gli adulti. Io poi scrivendo trasformo la realtà, però è im-portante conoscerla. Con i bambini vivo bene. Mi raccontano moltissime cose, e anch'io racconto loro di me. Facendo il maestro in questo modo, ho una visione dei bambini molto ricca. E per i bambini che leggono le mie storie è facile ritrovarsi nei personaggi.

Le è piaciuto scrivere il diario di Jessica?

Mi è piaciuto molto. Questo è il libro che mi è più caro, perché mentre lo scrivevo ero felice. L'ho scritto in 25 giorni, quattro ore al giorno, al mattino, dalle 8 meno un quarto alle 12 meno un quarto. Mentre scrivevo mi sentivo molto emozionato, perché avevo la sensazione che stessi scrivendo delle cose vere. Delle cose che mi stavano piacendo. Quando scrivendo vivi queste profonde emozioni, stai facendo qualcosa che resterà o perlomeno sarà significativo per molti. Io pensavo soprattutto ai bambini. Ma prima di tutto pensavo a me che stavo scrivendo. Provavo un piacere straordinario, perché mi sembrava che le storie venissero fuori in una maniera incredibilmente felice. Non ho mai avuto un momento di pentimento. Non ho mai dovuto riflettere. La sera precedente, il pomeriggio o il mattino stesso prima di cominciare a scrivere prendevo degli appunti su un taccuino. Mi dicevo: «Domani voglio parlare di questo episodio...». Poi, quando mi sedevo alla scrivania, partivo da quell'episodio ed era come vedere aprirsi tanti orizzonti, uno dopo l'altro. Le invenzioni venivano così. Di giorno in giorno è stato un cammino quasi senza pause.

Quando ha cominciato la sua attività di scrittore?

Se per "scrittore" intendi uno che pubblica libri, allora ho cominciato nel 1989. Però uno scrittore non nasce dalla sera alla mattina. In realtà ho scritto moltissime storie per conto mio, ma non pensavo di pubblicarle. Se con la tua domanda vuoi sapere questo, quando ho cominciato a scrivere storie per conto mio, allora direi da una decina di anni.

Lei ha fatto fare qualche libro anche ai suoi alunni?

Ho fatto inventare loro molte storie. Hanno scritto delle belle, lunghe storie. Spesso hanno preso spunto dalle mie. Loro si rifacevano alle mie storie, le prendevano come pretesto e poi le modificavano, le trasformavano.

Come si fa a diventare un bravo scrittore?

Tutti possono diventare scrittori se salvano due cose. Prima di tutto una grande curiosità. Penso che lo scrittore dovrebbe avere l'atteggiamento che è tipico dei bambini: guardarsi intorno, avere degli occhi attenti. I bambini fanno tante domande. Bisogna avere molta curiosità, perché anche gli episodi apparentemente banali possono essere poi trasformati nella scrittura. Nulla va perduto. Dunque la curiosità. E poi non bisogna avere paura della carta bianca. Io ho imparato piano piano a non avere paura della carta bianca. Avevo dei quaderni, nei quali sapevo che nessuno avrebbe mai messo naso, dove scrivevo tutto quello che mi passava per la testa. Inventavo romanzi, storie paurose, storie allegre. Di tutto. E così ho imparato a far scorrere la penna. Poi uno scrive perché prova un bisogno particolare di scrivere. Non so se è capitato anche a voi. In genere quando hai dentro delle cose che ti fanno star male, se provi a scriverle, poi ti senti meglio. Allora si può anche scrivere per star bene dentro. Bisogna imparare, spesso i bambini non lo sanno. Per questo vi dico: tenete un quaderno. E su questo quaderno annotate tutto quello che vi passa per la testa. E i giudizi che date. Anche sulle persone che avete intorno. Annotate i giudizi buoni e anche quelli un po' cattivi, che però vi sembrano giusti. Quindi scrivere, scrivere tanto, per proprio conto. Ma anche leggere tanto. Quando facevo la prima e la seconda media, io prendevo dei voti bassissimi in italiano, non riuscivo a mettere giù tre righe sul foglio. La professoressa diceva a mia madre: «Signora, questo ragazzo ha tanta buona voglia, però non riesce a scrivere niente». Ma è perché io allora parlavo dialetto, parlavo francese e mi sentivo molto a disagio. Finalmente cominciai a girare per le bancarelle, a comperare dei libri. Cominciai a leggere delle storie, mi entusiasmai. E sentii una sorta di moto d'orgoglio. Dissi a me stesso: «Basta,sono stufo che tutti debbano dire che non so scrivere». Allora mi comprai di nascosto un quaderno e cominciai a scrivere di tutto, tutto quello che mi veniva in testa. Da allora mi sono accorto che scrivere mi aiutava moltissimo. E da allora non ho più smesso. Poi è nato il desiderio di scrivere, libri, ma ci sono arrivato dopo tanti anni. Quindi non bisogna rassegnarsi subito e dire: «Basta, è difficile, è una cosa che non si può fare». Potete tutti diventare scrittori. Bisogna essere molto ricchi dentro e guardare molto fuori.

Incontro con Angelo Petrosino
a cura degli alunni di una classe quinta della scuola A. Frank di Torino - 1997

Come hai fatto a calarti nei panni dei bambini per scrivere delle cose che stanno veramente loro a cuore?
I temi dei libri che scrivo sono due. Da una parte non faccio mai mancare il sorriso, l'umorismo, l'ottimismo. E' importante credere nel futuro! In secondo luogo i sentimenti dei bambini, l'educazione ai sentimenti, le emozioni. Molti adulti hanno dimenticato le loro emozioni di quando erano bambini, io invece credo di non averle mai dimenticate e mi aiuta a non dimenticarle lo stare con i bambini tutti i giorni. Li osservo molto, li ascolto, li guardo, vedo come si comportano e credo di sapere cosa sentono. Quando scrivo di bambini e adolescenti provo a parlare di queste emozioni. Io dico che ci si vuol bene a nove, dieci, undici anni come ci si vuol bene a trenta, quaranta anni. E' un modo diverso di volersi bene, ma le emozioni che si provano sono altrettanto forti. A 10 anni si provano sentimenti verso i compagni; a volte i bambini si vergognano perché da una parte ci sono i compagni che osservano e hai paura che ti prendano in giro. Quando uno prova delle emozioni profonde verso un compagno o una compagna sente pudore, si vergogna a dirlo. Non è facile a 10 anni dire a una bambina "ti voglio bene, ho piacere di stare con te". Ci si sente un po' confusi ma queste emozioni i bambini le provano e allora io tento di raccontarle nei libri. I bambini fanno fatica a parlarne ad esempio con la mamma perché sono cose molto personali. Un libro che ne parla attraverso personaggi della vostra età aiuta a prendere conoscenza di questi fatti.
Ben scrive a Valentina: "Ti voglio bene, vorrei darti un bacio". E' un atteggiamento di tenerezza che esprime un bisogno profondo comune a tutti. A vedere che Ben e Valentina si dicono queste cose e che man mano che crescono il loro rapporto diventa più intenso, il lettore penserà: "Allora io non devo vergognarmi di sentire queste emozioni, sono belle". Voi già lo sapete che sono belle, perché voler bene a qualcuno vuole dire desiderare di fare per quella persona le cose belle che a lei piacciono, vuol dire desiderare di farla felice, e se faccio felice la persona a cui voglio bene sto bene anch'io. Poi c'è sempre il bisogno di sentirsi coccolati, di sentirsi consolati perché a 10/11 anni ci sono dei momenti in cui ci si sente pessimisti, ci si sente soli. Avere vicino qualcuno, un coetaneo che ti dice delle parole, che ti rasserena è una cosa bella. Gli adulti in genere queste cose le guardano con molto distacco perché secondo loro sono bambinate. Io non ho mai creduto che siano bambinate. Ho voluto bene io a quell'età, ricordo una bambina che si chiamava Margherita. Allora era molto più difficile, soprattutto a scuola manifestare questo. Ma in paese c'erano tanti momenti in cui i bambini e le bambine stavano spesso insieme senza avere gli occhi addosso degli adulti, era più facile giocare insieme, parlarsi. Non ho mai dimenticato le emozioni che provavo e le ho raccontate nei miei libri.
Nei libri che scrivo l'educazione ai sentimenti è sempre presente.
Chi di voi tiene un diario segreto? La pratica del diario segreto, personale è per lo più delle bambine. I maschi sembrano vergognarsene, ma io sono diventato scrittore perché ho cominciato a tenere un diario.
In esso racconti le cose belle e le cose brutte che succedono, non tutti i giorni, è un modo per confessarsi (mi è successo questo, sono stato bene perché..., sono stato male perché... mi sono sentito offeso, ho fatto male a qualcuno e questo mi amareggia). Quando tu riversi sulla carta queste emozioni, alla fine ti senti libero, alla fine è come se ti fossi liberato di un peso che ti stringe, lo hai messo sulla carta ed è diventato il tuo specchio.
Le bambine secondo me hanno di più questa abitudine a guardarsi dentro, ad osservarsi. E anche ad avere l'amica del cuore. L'amica del cuore è importante, è quella a cui racconti i segreti. Le bambine sono più abituate a esprimere le loro emozioni ma non perché i bambini non le provino, anzi. Il fatto è che nel mondo in cui viviamo ci si aspetta che i maschi debbano essere duri, scatenati. Io credo che questo non sia vero. Nei libri che scrivo sono le bambine che aiutano i maschi. E' Jessica che dice a Mario che deve rispettare i suoi sentimenti. Glielo dice chiaro: prova a riflettere anche tu, guardati dentro. Secondo me imparare a volersi bene vuoi anche dire imparare a rispettarsi. Se una persona è importante per te allora la rispetterai. Anche le persone, gli uomini più turbolenti, più aggressivi quando si innamorano è come se cambiassero, si addolciscono perché non si può voler bene a qualcuno in modo violento. Allora vuol dire che imparare a volersi bene da piccoli consente di crescere meglio anche da adolescenti, da uomini e da donne. Tante violenze tra uomini e donne non ci sarebbero se da piccoli, a dieci, undici anni, si imparasse a vivere bene insieme tra maschi e femmine. Non è facile perché si è sempre sotto gli occhi del mondo. Quando andrete alla media, dove ci sono i ragazzi più grandi, è più facile che si sia più cattivi nei confronti di chi esprime i suoi sentimenti. Se tu sarai tenero con una ragazzina, ci sarà chi è pronto a prenderti in giro e tu ti sentirai male e ti verrà di nascondere dentro di te (specialmente se sei maschio) quello che veramente provi. Ed è un male perché chi ti prende in giro in realtà vorrebbe lui avere un bel rapporto con una ragazzina.
Perché non si può fare a meno degli affetti? Non si può crescere senza affetti e la vita è povera e sterile se mancano. E allora tutto questo, che è così importante, è ciò che io racconto nei miei libri. I miei personaggi crescono, io li prendo per mano quando hanno dieci anni perché penso che sia un'età molto importante. Io a 10 anni ho fatto un grande salto. A 10 anni io mi sono trovato, emigrante, in una grande città come Parigi. Mi sentivo solo, ho fatto conoscenza con bambini di tutte le razze e ho imparato a diventare grande di colpo e mi sembra che i 10 anni, come sono stati per me, siano un po' per tutti i bambini il momento di passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza. Quando si incomincia ad avere 10/11 anni cominci a sentirti diverso nei confronti dei tuoi genitori. Fino a quell'età i genitori ti hanno dato da mangiare, ti hanno vestito, protetto. Fino a quell'età i genitori sono dei modelli, dei "campioni". A mano a mano che cresci ti accorgi che dai tuoi genitori hai bisogno di separarti. Per crescere bisogna separarsi. Non è facile, infatti i papà e le mamme ci soffrono anche loro. Dicono: mia figlia finché era piccola stava sempre con me, adesso mi dice: non soffocarmi! Ma è così. Diventare grandi vuoi dire distaccarsi. La vita è fatta di incontri e di distacchi. Spesso gli adulti questo non lo capiscono. I genitori dovrebbero darvi una mano ad allontanarvi perché compito dei genitori è questo . Voi non siete delle "cose" dei vostri genitori. Vi hanno fatto nascere, però ad un certo punto devono aiutarvi a camminare con le vostre gambe. Molte mamme e papà fanno fatica a staccarsi dai figli.
Dovrebbero aiutarvi a diventare indipendenti, a prendere delle decisioni da soli. Ma ci sta male anche il ragazzino e la ragazzina a undici anni perché da una parte c'è la voglia di crescere e fare da soli e nello stesso tempo c'è la nostalgia di essere abbracciati e coccolati dai genitori.
C'è una pagina del diario di Jessica in cui Jessica, a 15 anni, un giorno dice a sua madre: "Mamma a volte mi sento grande ma vorrei venirti in braccio come una bambina!" E la mamma: "Perché non lo fai?". "Perché temo di vergognarmi e che tu ti vergogni."
Questo allontanarsi e ritornare è inevitabile.
Quindi è importante avere attorno degli adulti che facilitino questo passaggio. Gli adulti hanno compiti difficili: essere presenti e allontanarsi e rischiano sempre due errori. Da un lato di soffocare troppo i figli, dall'altro di abbandonarli del tutto. Un ragazzo ha bisogno di sapere che a casa c'è una persona, un uomo, una donna a cui è possibile rivolgersi quando ha bisogno. Questo gli adulti dovrebbero fare, non far sentire in colpa gli adolescenti quando cambiano.
Alla vostra età avvengono tante cose dentro di voi, anche il fisico cambia e allora voi avete delle difficoltà ad accettare la voce che cambia, la muscolatura che si modifica, vi sentite un po' come un mutante, non sapete più chi siete e invece sta soltanto accadendo una cosa bella, state diventando grandi.

In conclusione so tante cose dei ragazzi e delle ragazze per i seguenti motivi. Perché a scuola sto con i bambini, non soltanto per giudicarli (avete fatto un bel tema, il problema è giusto, ecc.), ma per conoscerli, ascoltarli e capirli.
Perché ricevo tante lettere di bambini e adolescenti che si confidano e si confrontano con me e con i miei libri?
Perché penso alla mia infanzia e ho scritto per tanti anni le cose che mi succedevano e i sentimenti che provavo. Uno scrittore è una persona che sa guardare con gli occhi degli altri e ragionare con la testa degli altri: di un bambino di tre anni ma anche di un anziano.
Uno scrittore deve avere la capacità di ricordare tutte le sue cicatrici, avere una memoria del proprio passato. Questo ho: capacità di ricordare, di mettermi nei panni degli altri, di provare empatia, cioè di sentire sulla mia pelle i sentimenti, le gioie, le emozioni altrui. E' una qualità che si costruisce, si matura nel tempo. Quando sarete grandi e leggerete Flaubert o Tolstoj scoprirete uomini che hanno raccontato storie straordinarie di donne. Il sesso non c'entra, conta la capacità di entrare nell'altro.
Io racconto vite di bambini, perché l'infanzia è il popolo che conosco meglio. Comunque un buon libro per bambini è anche un buon libro per adulti. Quante madri mi scrivono per dirmi grazie perché hanno potuto ripensare il loro rapporto con i figli per merito del mio libro!
C'è una straordinaria letteratura per l'infanzia adatta alla vostra età, un patrimonio eccezionale. Sono contento di essere scrittore perché so che ci sono tanti bambini che non conoscerò mai e che io ho aiutato a star bene, a crescere con un mio libro. Un libro finisce con l'essere una forma di dialogo a distanza.

Intervista all'autore
rivista Leggendo Leggendo, Piemme Junior, n.16, maggio 1997

Tu fai l'insegnante. Che cosa insegni?
Insegno a scrivere con passione, a considerare i libri come buoni compagni di strada, a sognare senza pudore, a raccontare la propria storia e ad ascoltare quelle degli altri, a non vergognarsi delle proprie emozioni, a combattere i luoghi comuni (ricordate il maestro di Valentina?) e a osservare le comete prima dell'alba. In una parola, ad amare la vita e a scommettere sul futuro. Ma non faccio prediche: offro esempi e racconto esperienze. Dico ai miei alunni che è importante avere delle radici, ma è ancora più importante muoversi e conoscere i tanti ospiti che affollano il nostro pianeta. La mia storia è fatta di sradicamenti e di vagabondaggi, di partenze e di ritorni. Perciò non ho bisogno di fingere con i bambini con i quali lavoro.

Quando hai deciso di scrivere e perché? Non ci sono già troppi libri per ragazzi, che non vengono nemmeno letti?
Ho letto il mio primo vero libro a 13 anni, mentre imparavo faticosamente la lingua italiana che non avevo mai saputo parlare e che avevo dimenticato quasi del tutto nelle periferie di Parigi, alla fine degli anni cinquanta. Da quel momento ho cominciato a desiderare di scrivere anch'io dei libri capaci di segnare la vita degli altri. Si pubblicano troppi libri? Non lo so. Io so che i miei sono amati, letti, cercati. Racconto storie che suscitano passioni e che mi consentono di dialogare intensamente con una larga fetta di bambini e di adolescenti del nostro paese. Perciò sento di avere una grande responsabilità nei confronti dei miei lettori ed è soltanto a loro che devo rendere conto del mio lavoro.

Perché nei tuoi libri la protagonista è sempre una bambina o una ragazza?
Per rispondere a questa domanda, ho scritto un libro: Caro amico..., edito da Marsilio. In realtà i miei libri sono libri a più voci. Semmai mi riconosco una virtù che sta cadendo sempre più in disuso. E cioè la capacità di ascoltare gli altri e di vivere sulla propria pelle le loro vite. Da questo punto di vista, i Diari di Jessica sono un'opera esemplare e unica nel panorama della letteratura per ragazzi in Italia. Un'opera che rivendico con orgoglio, perché oggi non si può parlare di infanzia e di adolescenza facendo finta che quei diari non esistano. D'altra parte, le bambine e le ragazze dei miei libri non agiscono mai da sole e sono dedite a ben altro che a un esercizio di intimismo. Con i loro occhi si sforzano di abbracciare il mondo intero, senza mai dimenticare che per conoscere davvero gli altri, bisogna conoscere bene innanzitutto se stesse. E così imparano, giorno dopo giorno, l'arte più difficile di tutte: quella del crescere. Inoltre insieme a loro ci sono sempre dei coetanei (Mario, Giacomo, Ben), anche se tocca ad esse, per lo più, educarli sentimentalmente. Dico per lo più, perché tra Ben e Valentina il rapporto sarà diverso.

Tu hai frequenti occasioni di incontrare dei ragazzi. Che cosa incontri veramente?
Amo molto dialogare personalmente con i miei lettori nelle biblioteche o nelle loro scuole. Nel tempo in cui ci parliamo e guardiamo negli occhi, mettiamo da parte le lusinghe private. Io chiedo loro di aiutarmi a capire cosa funziona o non funziona nei miei libri, essi mi chiedono di spiegargli come nascono le mie storie e quanta verità c'è dietro Jessica, Giacomo e Valentina: personaggi ai quali non possono fare a meno di attribuire valore di realtà e che sentono così vicini. Allora parlo loro degli intrecci inevitabili tra vita e letteratura e, insieme, proviamo a seguire il cammino che fa la scrittura per diventare sogno, impegno, avventura.

Chi è e com'è Valentina?
Valentina, un personaggio amatissimo da bambini e bambine, è gioia di vivere, curiosità, coraggio, cocciutaggine e responsabilità. Troppe doti per una bambina? Può dirlo solo chi non conosce le bambine o chi nella testa ha un'idea stereotipata e falsa dell'infanzia. Ho conosciuto (e conosco) bambine che si assumono compiti e ruoli difficili e gravosi. Ma Valentina ha sufficiente ironia e disincanto per organizzare la propria vita senza soccombere. Conosce bene il valore delle parole e sa usarle con la fermezza e la decisione che le situazioni richiedono. D'altra parte, nel tratteggiare questa bambina che vive alle soglie del Duemila, non ho potuto fare a meno di farmi condizionare dalla mia storia personale di bambino che ha imparato prestissimo a contare sulle proprie forze, per non farsi schiacciare da eventi che rischiavano di travolgerlo. Ad ogni modo, il cammino di Valentina non è lineare, come è ovvio. Nel terzo volume, Cosa sogni, Valentina?, fronteggia in più di un caso le difficoltà e le confusioni che si insinuano sempre più spesso nella vita di una tredicenne. Penso che faremo bene ad allevare tutti, nelle scuole e nelle famiglie, tante, tantissime Valentine. Prepareremmo un mondo più dignitoso nel quale vivere e sperare.

Perché gli autori italiani preferiscono scrivere delle fiabe, anziché racconti realistici?
Forse perché è più facile? Forse perché pensano ai bambini come fiori di serra da modellare a proprio piacimento? Per scrivere racconti realistici, bisogna tallonare da vicino l'infanzia del nostro tempo, osservarla nei meandri metropolitani in cui spesso intristisce, da cui tenta di evadere e dove prova a salvarsi. Non è sufficiente pensare alla propria infanzia per parlare dei bambini d'oggi e nemmeno basta osservare i propri figli. Ecco perché è difficile raccontare l'infanzia. Sono pochi gli adulti capaci di vivere in complicità vera con i bambini e in grado di rappresentarli nelle loro opere senza tradirli.

Intervista con Angelo Petrosino
a cura di G.Pontremoli, Ecole, n.2, Febbraio 1992

Vorrei partire da una definizione - che mi viene da fare sulla base della conoscenza del tuo lavoro, ma anche dall'averti sentito formularla - che si potrebbe dare di te: il tuo essere prima di tutto un "ascoltatore" dei bambini. Cosa significa? E come si traduce nella tua scrittura? Cosa implica rispetto al fatto che tu scriva "di" bambini e "per" i bambini?

In questi vent'anni, lavorando nella periferia torinese, ho incontrato sulla mia strada soprattutto bambini segnati da storie famigliari molto pesanti. Li ho sempre fatti parlare e ho frequentato anche l'ambiente nel quale vivevano, nella convinzione che il mio mestiere di insegnante dovesse consistere nel fornire a questi bambini strumenti di conoscenza ma anche nel favorire in loro il conseguimento di serenità e di sicurezze. Certamente non credo che la scuola debba sostituirsi alla famiglia o ad altri servizi sociali, ma essa non può ignorare quello che i bambini si portano dentro. Ascoltarli per me ha voluto dire conoscere meglio e più da vicino una certa infanzia: non tanto l'infanzia raccontata dai mass media, quanto l'altra, quella che rimane spesso isolata e nascosta. A scuola, per lo più, ai bambini si chiede soltanto delle prestazioni. Per aiutarli davvero, è invece necessario ascoltarli. In questo modo, io ho potuto dare una mano soprattutto a quelli segnati da tragedie. Ma non a questi soltanto: perché anche i bambini che sembrano socialmente più "garantiti" in realtà lo sono solo in parte. I bambini ben vestiti, ben nutriti, si trascinano dietro anche loro un'infinità di problemi e di insicurezze. Starli a sentire, permettergli di porre domande, fornire loro sensate risposte, serve quindi prima di tutto a farli stare bene. Io ho cominciato piuttosto presto a scrivere per i bambini, ma non a pubblicare libri. In un primo tempo io ascoltavo le loro storie, annotavo dei particolari e poi trasformavo il tutto.Ma le loro parole e i loro discorsi nelle mie mani non diventavano racconti, bensì "dialoghi", testi teatrali, insomma. Infatti io prendevo il singolo bambino e lo rendevo protagonista di un dialogo serrato tra lui e un altro soggetto, che poteva essere reale (un maestro, un compagno, una persona qualsiasi) o fantastico (un animale, un essere fiabesco). In questo modo offrivo ai bambini una sorta di specchio che non rifletteva staticamente il reale ma, tenendone ben conto, serviva a mettere allo scoperto un problema particolare, facendoli divertire, ridere e sorridere, magari degli adulti che li ossessionano con le loro fissazioni. In qualche modo, i testi che offrivo loro avevano una funzione per così dire catartica.

Stai parlando di testi scritti e fruiti nell'ambito della classe. Però anche ne La febbre del Karatè si ritrova questa dimensione catartica, la dimensione del riso e del sorriso. Non il comico, non l'umorismo "forte", ma un umorismo lieve.

Si, è vero. Rappresentando i bambini nella ricchezza delle loro emozioni, in un certo senso io mi rivolgevo anche agli adulti, ai quali fornivo la possibilità di trovare nei bambini protagonisti di queste storie un' immagine intensa dell'infanzia che gli gironzola tra i piedi, che sfiorano tutti i giorni, e che tuttavia sostanzialmente ignorano, o per incuria, o per distrazione. Ai bambini, ripeto, si presta poco asco1to. Io, invece, li ho sempre tallonati con un orecchio attento, ho cercato di rispondere alle loro domande, non ho mai esitato a mettermi in gioco, ho fatto la mia parte con dignità.

Questa è un po' una dichiarazione di metodo e di teoria pedagogica. Ne emerge un'immagine di adulto che non si limita a trasmettere istruzione, ma collabora facendo la propria parte senza prevaricare e senza mascherarsi

L'adulto non può limitarsi ad ascoltare asetticamente. Nel momento in cui un bambino gli parla delle sue gioie e delle sue sofferenze, egli non può ridursi a registrarle in forma notarile, ma deve mettere in gioco anche le proprie; naturalmente tenendole ben distinte e preservando la propria personalità di adulto, astenendosi soprattutto dal bamboleggiare. Sì, perché i bambini non tollerano l'adulto che bamboleggia. I bambini, quando parlano, sono maledettamente seri.

Non ti convince quindi una scuola che dia spazio soltanto all'istruzione...
Non mi ha mai convinto. E tuttavia voglio dire questo. Oggi si tende a distinguere tra i partigiani dell'istruzione e quelli dell'educazione. Io non vedo assolutamente il conflitto tra le due cose, perché non credo che si possa coltivare, per così dire, o esclusivamente il cervello, o esclusivamente l'anima. Credo piuttosto, semplicemente, che si impari meglio acquisendo delle forti sicurezze interiori. Io credo di essere un professionista serio nel mio mestiere: nel senso che tengo ben conto dei processi di apprendimento e della necessità di dare alle parole dei bambini, e alle esperienze delle quali sono portatori (insomma alla loro cultura) la dignità che loro spetta. D'altra parte penso che, benché non sia la sola a istruire e a educare, la scuola abbia oggi una funzione fondamentale. Tempo fa ascoltai una conferenza di Norberto Bobbio. Rivolgendosi soprattutto agli insegnanti, egli li sollecitò a praticare essi la democrazia nella scuola, perché, nel clima che si respira, i bambini non avrebbero avuto altrove le possibilità di viverla e quindi di apprenderla. Probabilmente, anziché piangerci addosso e ripeterci quanto siamo depressi perché i bambini e i ragazzi non ci ascoltano, maestri e professori dovremmo cambiare atteggiamento e ascoltare con più attenzione i bambini e gli adolescenti con i quali abbiamo giornalmente a che fare. In questo modo, anche i "rompiscatole" smetterebbero di essere tali, perché un bambino rompiscatole è fondamentalmente un bambino inascoltato: non essendo ascoltate la sua voce e la sua parola, produce altri suoni per farsi sentire. Un bambino casinista, insomma, è soltanto un bambino alla ricerca (talvolta disperata) di un interlocutore. La scuola è importante anche perché i bambini nella famiglia stanno oggi molto stretti. La famiglia è sempre più un "luogo" in cui i figli contano soltanto per le mete sociali cui i genitori aspirano. E insomma una sede in cui il valore prevalente che si onora è quello della competizione. Un insegnante può, se vuole, costruire in classe un clima adatto a lavorare insieme e a realizzare tante situazioni in cui sia chiaro che lo scopo dello stare a scuola è soprattutto quello di arricchirsi reciprocamente e di stare bene. Personalmente non credo di avere la vocazione del cireneo che si addossa il suo carico di croci. Tornando a casa da scuola porto con me sicuramente molta stanchezza, ma anche tante emozioni e tante storie infantili tutte degne di memoria.

Tu hai spesso sostenuto di non avere una ideologia, di non avere una morale da insegnare, eccetera. Mi sembra comunque che dal tuo lavoro emerga soprattutto un principio: la considerazione dei bambini come persone a tutti gli effetti, come persone che stanno vivendo un tempo specifico della loro esistenza e non come esseri incompiuti. E ti sei cimentato anche con il loro punto di vista. Per esempio, Un anno con Jessica è il diario di una bambina. C'è una ragione particolare per cui hai scelto il diario e soprattutto di una bambina?

L'ho fatto in parte perché non c'era, nella letteratura per l'infanzia del nostro paese, il diario di una bambina. E poi perché ho voluto sottolineare il fatto e l'esperienza dello "scrivere". Secondo me, scrivere salva spesso la vita: e questo vale tanto per gli adulti quanto per i bambini. Ho, in effetti, constatato ripetutamente che anche per i bambini la scrittura è uno strumento essenziale per conoscersi meglio, per meglio conoscere il mondo che si ha intorno e per tenere vigile e desta la propria curiosità. Naturalmente dietro queste considerazioni c'è la memoria di ciò che la scrittura ha significato per me, soprattutto negli anni della mia adolescenza. Io ho imparato l'italiano come seconda lingua. Fino ai dodici anni parlavo il mio personale dialetto e un francese imbastardito che mi era recato dietro dopo il mio ritorno dalla Francia dove ero emigrato. Nel Midi della Francia avevo frequentato delle scuole francesi. Quando poi sono andato a vivere a Parigi non ho più voluto sentir parlare di scuole. In un primo tempo Parigi mi intimidiva. Poi però, benché avessi soltanto undici anni, ho imparato a percorrerla disinvoltamente da un capo all'altro, spendendo egregiamente il francese che avevo appreso nel corso della mia permanenza a Chatel Guyon, nell'Auvergne. Una volta tornato dalla Francia (anzi, cacciato con un foglio di via insieme ai miei, perché non potevamo permetterci di avere un alloggio decente nell'affollata Parigi) ho voluto impadronirmi della lingua italiana che a me sembrava un mezzo utile per tirarsi fuori dalla miseria, insomma uno strumento di riscatto sociale: proprio così. Riempiendo di scrittura in modo furioso e selvaggio quaderni su quaderni, ho cominciato a provare un gusto insolito nello scrivere, a riflettere con più metodo e a fare i conti con me stesso. Il diario di Jessica è stato un po' l'approdo di una gioiosa esaltazione della "scrittura".

Ora il diario di Jessica avrà un seguito. Il nuovo libro uscirà ad aprile, alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna.

Sì. Nel primo diario sono presenti molti aspetti avventurosi e molte storie. Ci sono anche nel secondo, che però è caratterizzato da un tono un po' diverso. Ho pensato, per esempio, di trasportare la bambina in Cornovaglia, che è la terra cui sono legati, per così dire, i miei sogni di adulto. Ho voluto cioè collocarla in parte in un possibile altrove, allontanandola dalle vicende quotidiane e abituali, cui pure ritorna con forza nel corso delle esperienze che il diario registra. In questo diario Jessica ha solo un anno in più: però è cresciuta psicologicamente, si pone domande più complicate e affronta relazioni umane e sociali più laboriose.

Quali sono i tuoi amori nella letteratura per ragazzi?

Devo dire che la letteratura per ragazzi l'ho incontrata molto tardi, diventandone però subito un entusiasta cultore. I primi libri ho cominciato a leggerli intorno ai dodici tredici anni: fino ad allora avevo consumato soltanto fumetti e cinema. Il primo libro in assoluto nel quale mi capitò di imbattermi fu Pinocchio: lo scovai sotto un mucchio di carta straccia in un magazzino che fronteggiava la mia scuola, e lo pagai quindici o venti lire. Da allora, dovendo anche fare i conti con i pochi soldi che avevo, ho cominciato a procedere molto a casaccio. Qualcuno mi mise in testa delle strane idee, io cominciai ad acquistare i libri poco costosi della gloriosa BUR. Ma cosa acquistavo? Leopardi, Dante e i Trecentisti! Così speravo di imparare l'italiano come seconda lingua a dodici anni! Ma quella fatica improba, benché assurda date le circostanze, non fu affatto inutile. Una professoressa della scuola di avviamento che frequentavo, gentile e materna nei miei riguardi, mi diede una copia fredda e severa de I promessi sposi, edita dal Poligrafico dello Stato. Ma io la lessi con puntiglio e cocciutaggine più di una volta: da non credersi. Poi, muovendomi tra le bancarelle, cascai su I Miserabili, Dumas, Verne e Il richiamo della foresta di London, che mi appassionò parecchio. Libri, insomma, impraticabili per l'infanzia dei nostri giorni. I libri per l'infanzia ho cominciato a conoscerli e a leggerli, solo in età adulta. Per cui, amori particolari risalenti alla mia infanzia… Ma sì, posso dire che la memoria ritorna con tenerezza al Pinocchio di Collodi, che tirai fuori spiegazzato e squinternato da sotto un mucchio polveroso di carta straccia. Ho sempre amato i libri per l'infanzia i cui protagonisti sono bambini riottosi, ribelli, insofferenti. Come quelli di Dahl, per esempio, i cui libri leggevo con piacere già prima che venissero tradotti da noi.

Hai delle predilezioni per un filone particolare?
Amo leggere libri di tutti i generi: dal fantastico, al realistico, al poetico... Li giudico tutti importanti, perché ognuno di essi risponde a bisogni diversi dei bambini, che devono essere soddisfatti. Personalmente preferisco partire da momenti e elementi reali, non per riprodurre il reale così com'è, ma per trasfigurarlo lungo percorsi insoliti e nuovi. Io non credo affatto che un libro di narrativa per ragazzi debba insegnare alcunché. Credo invece che debba piacere e divertire per la storia che racconta e le avventure che organizza. Tuttavia; anche quando ci si diverte, è possibile, attraverso un libro, ripensare se stessi. Per esempio, tra gli scrittori italiani, sento molto vicina Bianca Pitzorno: nelle sue storie non manca certo la dimensione fantastica, ma lei parte sempre da una situazione reale, dai bisogni e dai desideri dei bambini. Più che il fantastico fine a se stesso, a me interessa il fantastico che nasce dalla realtà o che alla realtà ritorna. Il diario di Jessica nasce in una situazione molto realistica: c'è una bambina normale, suo padre fa l'operaio, sua madre è impiegata, ci sono i compagni di scuola. Ma poi, all'interno del libro, troviamo, per esempio, la storia del lupo mannaro, il racconto misterioso e allucinato del vigile urbano, le visioni di un vecchio e così via. Tutti questi scarti, tuttavia, muovono da figure e storie metropolitane molto precise o da riferimenti a una cultura contadina assai concreta che ha permeato tutta la mia infanzia.

Oltre al nuovo diario di Jessica usciranno altri tuoi libri...

Sì, oltre al nuovo diario di Jessica (da Sonda, come il precedente, e si intitolerà probabilmente Jessica e gli altri, come il primo, con le illustrazioni di Franco Matticchio); sempre da Sonda uscirà in maggio una raccolta di quelli che io chiamo "racconti pedagogici" e che sono storie di bambini e riflessioni su infanzie da me conosciute nel mio lavoro, già pubblicati su varie riviste. Il titolo sarà probabilmente Storie rubate. Ancora da Sonda, in settembre, uscirà nella collana "Tenerezza" un lungo racconto intitolato Una strana primavera e che è la storia, credo non banale, di un bambino che si innamora seriamente e perdutamente della sua maestra. Infine, nel corso dell'anno, uscirà una nuova raccolta di racconti per ragazzi dalle Nuove Edizioni Romane e il cui titolo sarà Amore e Pallone.