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TORNEREMO PRESTO A GIOCARE, LUDOVICA!

Da alcune settimane il vecchio Amelio era confinato in casa e non poteva scendere a fare delle passeggiate con la sua Ludovica.
-Non è colpa mia- diceva Amelio alla gatta, che si acquattava al suo fianco e si lasciava accarezzare.
Infatti, era colpa di un nemico invisibile ma cattivo, che faceva ammalare la gente se riusciva ad aggredirla entrando dalla bocca o dal naso.
Cristina, la loro vicina, faceva la spesa e cucinava per Amelio. Quando gli portava da mangiare, preferiva non avvicinarsi a lui, anche se aveva bocca e naso coperti da una mascherina.
-Lascio tutto in cucina - diceva.
-Grazie, Cristina, ci penso io ad apparecchiare.
-Coraggio, signor Amelio. Sembra che stiano per sconfiggere questo pericolo e che tra non molto torneremo ad incontrarci e a parlarci senza paura.
-Speriamo, Cristina. Mi dispiace di darle tanto fastidio.
-Ma di che fastidio parla, signor Amelio? Mi fa piacere esserle utile. È come se lo facessi per mio padre.
Cristina puliva la lettiera di Ludovica, riempiva d'acqua fresca la scodella e di cibo la ciotola.
-Con te sono più tranquilla - diceva a Ludovica, che osservava da vicino le sue manovre. E aggiungeva: -Per fortuna il signor Amelio ha te che gli tieni compagnia. Altrimenti si annoierebbe troppo.
Ludovica usciva più volte sul balcone e osservava la strada sottostante. C'era poca gente in giro, indossavano tutti una mascherina e si muovevano guardandosi intorno circospetti.
Poi rientrava e andava ad allungarsi sul divano accanto ad Amelio.
-Che cosa hai visto? - le chiedeva Amelio.
-C'è poco da vedere. Stanno tutti tappati in casa, come noi.
-Speriamo di ricominciare presto le nostre uscite serali. Tu, però, se vuoi, puoi fare un giretto da sola.
-Non ne ho molta voglia.
Ogni tanto Ludovica dava un'occhiata alla scuola chiusa da settimane e ai giardinetti solitari e deserti.
Gli alberi erano in fiore e l'erba stava crescendo rapidamente, senza che nessuno si curasse di tagliarla.
Un giorno Ludovica disse ad Amelio: -Faccio un salto ai giardinetti per sgranchirmi un po'. Non starò via molto.
-Se quando torni trovi chiuso il portone, miagola forte. Lascio aperta la finestra del balcone, così ti sento subito.
Amelio aprì la porta di casa e Ludovica scese le scale un gradino alla volta.
In giro non c'era nemmeno un'auto, perciò attraversò agevolmente la strada e si diresse verso i giardinetti.
Gli scivoli, le altalene, una sabbiera e una piccola giostra sembravano in attesa di bambini che non venivano.
In un punto del giardino vide un passero, un merlo, un piccione e uno storno. Sembravano impegnati in una discussione animata e si fermò ad ascoltare che cosa si stavano dicendo.
-Che cosa può essere successo?
-Ne so quanto te.
-Io ero così abituato alle briciole della crostata che mi regalava la bambina bionda.
-E io ai semi di miglio del piccolo che veniva sempre col nonno.
-Sono andato a perlustrare altri giardinetti, ma la scena è la stessa. I bambini sembrano spariti.
Ludovica decise di intervenire.
-Sono tutti chiusi in casa. Hanno paura di ammalarsi.
-E tu che ne sai?
-Ne so più di voi.
Gli uccelli volarono via uno dopo l'altro e Ludovica rimase da sola.
Anche lei aveva nostalgia dei bambini che frequentavano i giardinetti. Ma non perché le portassero da mangiare: non ne aveva bisogno.
È che aveva fatto amicizia con alcuni, con i quali si intratteneva a chiacchierare mentre giocavano con la sabbia o si rotolavano sull'erba.
Le mancava soprattutto Giada, una bambina di quattro anni che inciampava in continuazione e che si rialzava ogni volta ridendo.
-Perché cadi sempre? - le aveva chiesto un giorno Ludovica.
-La mamma dice che presto non succederà più. Fai una capriola per me?
Per accontentarla, Ludovica si abbandonava a salti acrobatici che attiravano l'attenzione di tutti e che le procuravano scrosci di applausi.
Adesso quegli applausi sembravano così lontani.
Stava per tornare a casa quando, alzando gli occhi, vide degli striscioni appesi ai balconi, sui quali era scritto a caratteri cubitali: TORNEREMO PRESTO A GIOCARE, LUDOVICA!
-Com'è andata? -le chiese Amelio aprendole la porta.
-I bambini sono sempre gli stessi - rispose Ludovica.
-Come i vecchi - concluse Amelio. -Così la vita continua.

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I BAMBINI SONO TORNATI

-Finalmente! - esclamò il vecchio Amelio.
La televisione aveva appena annunciato che si poteva cominciare a uscire più liberamente di casa.
-Apriranno anche i parchi, le ville e i giardinetti per i bambini- comunicò a Ludovica.
-Davvero?
-Così hanno detto.
Ludovica corse sul balcone. Ma la strada sottostante era vuota com'era stata nelle ultime settimane e tornò da Amelio.
-Non vedo l'ora di riprendere le nostre uscite serali - disse Amelio. -Le gambe si sono rattrappite a forza di stare immobili.
Ludovica era contenta per Amelio, ma era anche felice al pensiero di rivedere i bambini. Soprattutto la piccola Giada. Come stava?
Era impaziente di scoprirlo. Così, verso le dieci e mezzo, chiese ad Amelio di aprirle il portone e uscì in strada.
Già prima di arrivare in prossimità dei giardinetti, udì strilli e grida che non sentiva da tanto tempo, ormai.
I bambini erano tornati! Affrettò la corsa e si arrestò con un capitombolo davanti ai piedi di due donne che sorvegliavano una mezza dozzina di piccoli.
-State distanti, bambini, state distanti - ripetevano.
Ludovica entrò nei giardinetti. I bambini indossavano tutti una mascherina a colori, ma riconobbe subito Giada. In poche settimane era diventata più alta, e quando correva, non inciampava più.
-Ludovica! - gridò la bambina, quando si accorse della gatta.
Fu la prima a raggiungerla e ad accarezzarla.
-Mi sei mancata tanto - le disse quasi con le lacrime agli occhi. -Che bello rivederti. Sapessi quante volte ti ho pensata.
Anche gli altri bambini avrebbero voluto avvicinarsi a Ludovica per salutarla. Ma le mamme che vigilavano raccomandarono loro di non accalcarsi tutti insieme intorno alla gatta.
Perciò, a turno, ciascuno andò a farle una carezza o una grattatina sulla nuca o sotto il mento. Poi tornarono a giocare chi con lo scivolo, chi con l'altalena, chi con la giostrina.
Giada, che aveva tanta voglia di parlare con Ludovica, andò a sedersi su una panchina con lei e le raccontò come aveva passato i suoi giorni in casa.
-Non ho mai pianto e non mi sono mai arrabbiata. Non volevo irritare la mamma, che era preoccupata perché non poteva tornare al lavoro. Ho imparato a fare tante cose per aiutarla. Anche i dolci.
Prima di salutare i bambini, Ludovica volle offrire loro un piccolo spettacolo. Saltò sulle siepi, volteggiò nell'aria, si rotolò sull'erba e si arrampicò sul tronco di un frassino.
Infine, stanca e affannata, diede appuntamento a Giada per il giorno dopo e tornò a casa.
Era coperta di polvere e addosso le erano rimasti attaccati tanti fili d'erba.
-Vedo che ti sei data molto da fare - le disse Amelio.
-Avevo voglia di sfogarmi con i bambini.
-Hai fatto bene. Adesso lascia che ti dia una pulita. Hai il pelo tutto arruffato e sporco.
A Ludovica piaceva molto quando Amelio la spazzolava. Lo faceva con calma, senza strappi, come se l'accarezzasse.
Dopo cena, fu lei che lo sollecitò: -Scendiamo?
-Sì, prendo il bastone. Le gambe hanno bisogno di riabituarsi a fare un passo dopo l'altro.
Piano piano, arrivarono davanti alla scuola e si sedettero sulla solita panchina.
Era una notte tiepida di maggio, l'aria era tersa e il cielo era trapunto di stelle.
Amelio respirò a pieni polmoni e chiese alla gatta: - Che cosa ne pensi delle stelle, Ludovica?
La domanda lasciò perplessa Ludovica. Ricordava bene le notti passate all'addiaccio, prima di trasferirsi nella casa di Amelio. Qualche volta, quando il cielo era sereno, alzava gli occhi e sbirciava la luna e le stelle. Era un cielo che la tranquillizzava, perché non minacciava pioggia, neve o altre turbolenze che l'avrebbero costretta a cercare un rifugio più sicuro.
-Non so cosa risponderti - disse ad Amelio.
-Dopo una così lunga chiusura in casa, mi sembra di vederle per la prima volta. Eh, sì, vita è più bella dopo che ci è sembrato di smarrirla. Torniamo a casa, Ludovica?
-Sì, ho voglia di farmi una bella dormita. È stata una giornata un po' caotica, ma mi è piaciuta.


LA SCONFITTA DEL VIRUS

Da più di cento anni un virus se ne stava celato in un profondo nascondiglio.

Ma dopo tanto tempo cominciava ad annoiarsi.

-È ora di darsi una mossa - si disse. - Voglio far vedere a tutti quello che valgo.

Salì alla superficie e, appena entrò in contatto con l'aria, si moltiplicò a milioni.

Corse di qua, corse di là, sciamò nelle strade, entrò nelle case, e dovunque arrivava provocava disastri.

La gente si difendeva come poteva, si isolava, si proteggeva con le mascherine.

Ma il virus si faceva beffe di tutti, voleva mettere gli uni contro gli altri.

Invece ottenne l'effetto contrario. Le persone cominciarono ad aiutarsi le une con le altre e rinsaldarono i loro legami di amicizia e di affetto.

Il virus capì che non ce l'avrebbe mai fatta a sconfiggerli tutti e, rabbioso, se ne tornò nel suo profondo nascondiglio, per passare altri cento anni da solo, odiato da tutti.