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© Angelo Petrosino. E' vietato riprodurre su altri siti o piattaforme anche piccole parti del testo senza il consenso esplicito dell'autore. Le illustrazioni sono di Sara Not e protette da copyright.

STORIE DI BAMBINI D'OGGI

Storie di bambini d\

Prefazione di Angelo Petrosino

Cari bambini,
ecco un nuovo regalo, dopo "Le Avventure della gatta Ludovica".

Di che si tratta? Di racconti. Racconti che hanno per protagonisti bambini e bambine della vostra età, che vivono il tempo che vivete voi, che frequentano le scuole che voi frequentate e che hanno caratteri simili, se non uguali, ai vostri.
Guardatevi intorno, osservate i vostri compagni di classe, gli amici che invitate a casa, i coetanei con cui giocate, quelli che incontrate a un corso di nuoto, ai giardinetti, in biblioteca, in un campetto sportivo.
Sono tutti uno diverso dall’altro. C'è chi è timido, chi è spavaldo, chi fa ridere, chi ama scrivere, chi fa fatica a leggere, chi è curioso, chi è distratto, chi ama la natura, chi ama gli animali, chi adora la musica, chi riflette molto, chi sogna e pensa a cosa farà da grande, chi preferisce stare in casa, chi vuole andare sempre in giro, chi è pigro, chi è sempre attivo e chi non può camminare.
Bene, io ho provato a raccontare delle storie che riguardano ciascuno di questi bambini, i rapporti che hanno tra loro, quelli che intrattengono con gli adulti a scuola, in casa o altrove.
Forse vi riconoscerete in qualcuno di loro, forse in certe situazioni che li coinvolgono vi siete trovati anche voi.
Se sarà così, fatemelo sapere. Se invece qualcuno dei bambini dei quali parlo vi sembra irrealistico o immaginario, ditemelo lo stesso.
Io ho cercato di ricordarmi dei tanti alunni che ho conosciuto nel corso dei miei anni di insegnamento a scuola, di quelli che ho incontrato e incontro nelle biblioteche, dei molti che mi scrivono e mi parlano di sé.
I racconti sono stati scritti per essere letti da soli. Ma questo non vuol dire che non potete condividerli con i vostri insegnanti e i vostri genitori.
Buona lettura e scrivetemi senza timore di dirmi che cosa ne pensate, al solito indirizzo email: mailing@angelopetrosino.com
Angelo.

P:S La pubblicazione dei racconti comincerà lunedì 17 febbraio. Cinque alla settimana, dal lunedì al venerdì. Alcune di queste storie sono uscite di recente su Popotus, l'inserto bisettimanale per ragazzi del quotidiano Avvenire.
Chivasso, 08 febbraio 2020

Chi e' Sara Not

Sara Not è una delle più note illustratrici di libri per l'infanzia(e non solo) nel nostro Paese. Ha illustrato decine di libri con molte case editrici: romanzi, racconti, poesie. È famosa e molto amata per aver dato una fisionimia inconfondibile al personaggio di Valentina creato da Angelo Petrosino, con il quale collabora da vent'anni. Ama molto disegnare i gatti. Ecco perché ha deciso di fare un regalo preziosissimo alla storia di Ludovica, rappresentandola con tenerezza, affetto, rispetto per la sua individualità indipendente.
Seguila su Instagram: saranot.illustration

Lettere sulle "Storie di bambini d'oggi"

Racconto 1°

LARA E LA LIBERTA' DELL'USIGNOLO

-Buon compleanno, nipotina.
-Grazie, zia.
-Guarda che bel regalo ti ho portato. È stato molto difficile procurarselo. Spero che saprai apprezzarlo.
La zia di Lara tolse il panno che avvolgeva la gabbia e, al suo interno, un uccellino cominciò a cantare.
-È un usignolo - disse la zia.
Lara non aveva mai visto un usignolo dal vivo né, tantomeno, lo aveva mai sentito cantare.
Ne fu entusiasta e cominciò ad occuparsi subito del suo prezioso animale, dopo averlo portato nella sua camera.
Voleva averlo sott'occhio ogni volta che era in casa ed era sicura che si sarebbero fatti buona compagnia.
Naturalmente cercò le informazioni necessarie su come accudire un uccello tanto pregiato. Predispose mangiatoie, trespoli di legno, beverini e una vasca per il bagnetto.
Non fu semplice trovare insetti, vermi e larve per nutrirlo. Ma un'amica della zia, che aveva un grande giardino, le venne in aiuto.
Lara dedicava molta cura alla gabbia, disinfettava i ferretti, raccoglieva i resti degli insetti, cambiava sovente l'acqua nei beverini, perché fosse sempre fresca e pulita.
L'usignolo sembrava apprezzare queste attenzioni, perché non era mai irrequieto, anche se cantava meno di quanto Lara si sarebbe aspettato.
A volte gli parlava.
-Ti chiamerò Trillo, ti piace? Sono felice di averti con me. A scuola ti disegno spesso. Ormai conosco ogni sfumatura dei colori che ti rivestono.
Trillo taceva mentre Lara gli parlava, e quando lei aveva finito, emetteva alcuni dei suoni più belli che sapeva modulare.
Col passare delle settimane, tuttavia, Lara notava che Trillo intristiva. Lo capiva dai suoi saltelli meno vivaci, dai suoi canti meno frequenti, dagli occhi che cercavano la luce oltre la finestra.
-Cos'hai? - gli chiedeva Lara. - Hai qualcosa da rimproverarmi? Non ti senti trattato bene? Non sei contento del cibo che ti procuro? La pulizia della gabbia non è così accurata come desideri?
Lara ne parlò con il veterinario che si occupava della gatta della sua amica Luna.
-L'usignolo è un uccello che ama la libertà - le disse l'uomo. -Non ama stare in gabbia, per quanto dorata essa sia e per quante cure tu possa prodigargli.
-Che cosa devo fare?
-Questo devi deciderlo tu.
Lara tornò a casa sconsolata. Sapeva che cosa doveva fare. Ma non voleva ammetterlo.
Per alcuni giorni raddoppiò le sue attenzioni, stette più tempo con Trillo, gli procurò delle costose prelibatezze.
Ma l'atteggiamento dell'usignolo non cambiava. Il suo canto non esprimeva gioia di vivere e le sue ali sembravano aver perso la facoltà di volare, perché non saltava più da un trespolo all'altro, ma zampettava quasi senza voglia sul fondo della gabbia.
-Vuoi andar via, vero? - gli chiese un giorno Lara, tornando da scuola. -E va bene, ti accontenterò. L'ho capito subito che ti sentivi come un prigioniero. Ma non volevo confessarlo a me stessa, perché mi faceva piacere averti accanto e confidarti alcuni dei miei pensieri. Resta ancora una notte con me. Domani mattina all'alba ti restituisco la libertà.
Quella notte Lara non coprì la gabbia con un panno, come faceva di solito, e l'usignolo si abbandonò a un concerto di frasi musicali così armoniose, che Lara pianse a lungo con la testa affondata nel cuscino.
Il mattino dopo spalancò la finestra e, prima di aprire lo sportellino della gabbia, disse all'usignolo: - Buon viaggio, Trillo. Spero che tornerai a trovarmi qualche volta. Non dimenticare che ti ho voluto bene.

Racconto 2°

LINO IL SOGNATORE

La madre di Lino comprava il pesce fresco almeno tre volte la settimana. E per il pescivendolo del mercato di via Porpora era una buona cliente.
-Torni a trovarmi, mi raccomando - le diceva l'uomo dopo averla servita.
-Ci conti - lo rassicurava la madre di Lino.
A Lino il pesce non piaceva molto, a parte le alici e le sardine. Ma quando la madre tornava dal mercato, si impossessava subito della carta di giornale in cui il pesce era avvolto.
-Si può sapere cosa te ne fai? Puzza ed è da buttare - gli diceva sua madre.
-Gli do solo un'occhiata - diceva Lino.
Quella carta di giornale era fantastica. Lino cercava subito la data, e quanto più vecchio era il giornale, tanto più contento era.
A volte il pesce era impacchettato in fogli di giornale che risalivano anche a cinque anni prima.
Lino aveva otto anni, e quando quel giornale era stato stampato, lui mangiava ancora le pappine.
Allora si chiudeva nella sua camera, si allungava sul letto e leggeva i fogli che sapevano di muffa e di pesce.
"Terremoto in Turchia. Centinaia di morti".
Lino chiudeva gli occhi, li riapriva e si trovava davanti a un palazzo che era crollato come un castello di carta.
Nell'aria c'era puzza di bruciato, la gente si aggirava tra le rovine con occhi inebetiti, gli elicotteri volteggiavano nell'aria, le ruspe si scagliavano contro i muri pericolanti.
-Posso fare qualcosa?- chiedeva Lino a un uomo della croce rossa, a un poliziotto stravolto o a una donna che piangeva.
Ma nessuno gli dava retta.
Allora Lino si infilava sotto le macerie, si muoveva a tentoni tra improvvisati cunicoli, e salvava un gatto, o un bambino che stringeva al petto il suo giocattolo preferito.
-Come hai fatto?- gli chiedevano i soccorritori.
-Ho buone orecchie e poi non ho paura di niente.
-Complimenti, sei un eroe.
I giornali e la televisione riferivano il fatto, e Lino adottava il micio o diventava amico del bambino che aveva salvato.
Se il giornale che avvolgeva il pesce riportava la notizia di una rapina in banca, Lino respirava profondamente, si concentrava, e si ritrovava quasi subito davanti alla banca assaltata.
-Mettete giù le pistole e arrendetevi!- gridava ai due banditi dal volto mascherato, mentre uscivano dalla banca, dopo aver immobilizzato l'uomo della Mondialpol, che si dibatteva invano con un cerotto sulla bocca.
Poteva darsi che uno dei due tentasse di prendersi gioco di lui e gli dicesse: -Togliti di mezzo, marmocchio".
Be', Lino la parola marmocchio non la sopportava proprio. Allora si arrabbiava veramente, cominciava a prendere a calci il bandito, finché la gente esclamava: -Che fegato ha quel bambino!
A quel punto i banditi si facevano prendere dal panico, si sbarazzavano del bottino(parecchi milioni stretti in un sacco) e scappavano su una moto gridando: -Ce la pagherai, marmocchio!
Ma non facevano molta strada, perché una volante della polizia li bloccava, li ammanettava e li portava in carcere.
La gente soccorreva Lino, che nella lotta era caduto e si era slogato una caviglia, e continuava a ripetergli: -Meno male che c'eri tu.
Lino riapriva gli occhi, pensava ai due rapinatori che guardavano il cielo dalle sbarre di una prigione, si sentiva un po' triste ma si diceva: -Dovevo farlo.
Subito dopo la madre gli gridava: -Lino, butta quella carta, sennò la tua camera puzzerà di marcio.
Lino dava un'ultima occhiata ai fogli che aveva davanti.
Se era fortunato, poteva ancora vincere un paio di milioni al lotto, oppure tagliare il traguardo per primo in una gara di nuoto alle olimpiadi, o salvare la sua classe da un incendio appiccato senza volerlo da un bidello che fumava di nascosto.
Comunque, quasi sempre il giornale che veniva dal mercato era una vera miniera di notizie. Venivano da lontano e lo portavano lontano, come aveva sempre sognato di fare.
Ma a sua madre non avrebbe detto nulla. Era sicuro che avrebbe allargato le braccia e gli avrebbe detto: -Sei il solito. Hai sempre la testa per aria.
E quelle parole, Lino, non le sopportava proprio.

Racconto 3°

LUCA E IL TEMPO

Dopo essersi infilato i calzini, Luca notò che uno dei due aveva un buco all'altezza del malleolo.
Allora chiamò sua madre e le disse: - Mi dai un paio di calzini nuovi? Uno ha un buco.
-Non c'è tempo, Luca, rischio di fare tardi sul lavoro e devo depositarti a scuola tra dieci minuti esatti. Ho il tempo contato. Con i pantaloni lunghi, nessuno se ne accorgerà. Chissà quanti dei tuoi compagni vanno a scuola con i calzini bucati.
Questa era una cosa cui Luca non aveva mai pensato e si propose di controllare quella mattina stessa quanto fosse vera l'affermazione di sua madre.
Mentre si districava nel traffico, la donna ripeteva: -Non farò in tempo ad arrivare in orario in ufficio. E il nuovo capo non fa altro che ripetere che il tempo è denaro. È noioso, ma visto che comanda lui, devo sopportare. Spero di arrivare in tempo a prenderti all'uscita da scuola oggi pomeriggio, tesoro. Altrimenti chiedi alla maestra di aspettarmi e di concedermi qualche minuto di tempo in più.
Luca fece il conto: da quando si era svegliato, sua madre aveva ripetuto già sei volte la parola tempo.
A pensarci bene, tempo era la parola che sentiva ripetere più spesso nella sua vita di bambino.
Chi ha tempo, non aspetti tempo. Prenditi tutto il tempo che vuoi. Sono arrivato appena in tempo. Non sprecare il tempo. E' per ingannare il tempo. È stata una corsa contro il tempo. Ho cercato di guadagnare tempo. Quanto tempo hai perso. È questione di tempo. Il tempo non passa mai.
Luca cominciava ad essere stufo del tempo. Condizionava troppo la vita delle persone. Metteva fretta a tanti, faceva disperare molti, annoiava alcuni.
È tempo di fare i compiti, è tempo di andare a letto, è tempo di dire la verità, è tempo di dire basta.
Appunto, è tempo di dire basta al tempo, pensò Luca.
Nonostante sua madre avesse fatto qualche manovra arrischiata nel traffico, Luca arrivò a scuola con un po' di ritardo.
-Spiega alla maestra che ho fatto del mio meglio per arrivare in tempo - gli disse sua madre, mentre scendeva dall'auto.
-Forse è meglio se vengo a scuola a piedi.
-Ci sono quattro incroci da attraversare, Luca. Ne parliamo stasera. Buona giornata. E studia. Studiare non è mai tempo sprecato, ricorda.
Quando la maestra fece osservare a Luca che era in ritardo, Luca rispose che il traffico era impazzito e che sua madre…Ma non volle usare la parola tempo. Avrebbe fatto di tutto per non impiegarla mai più.
-Comunque, sei arrivato in tempo per ascoltare la spiegazione sui verbi intransitivi.
Durante l'intervallo, Luca chiese a Roberto: -Tu hai dei buchi nei calzini?
Roberto lo guardò sconcertato e rispose: -No, perché?
Poi andò a chiedere a Rossella: -Scommetto che hai dei buchi nei calzini.
-Con chi credi di avere a che fare? - si rivoltò Rosella. - I miei calzini sono sempre a posto.
-Posso vederli?
-Stai scherzando? Come ti sei alzato stamattina?
Luca si informò da altri compagni, ma tutti negarono di avere i calzini bucati.
Soltanto Pippo ammise: -Sì, ne ho uno bucato.
-Dov'è il buco?
-Sotto il calcagno.
-Io ce l''ho all'altezza del malleolo. Mi fai vedere quanto è grande?
Il buco del calzino di Pippo era molto più grande di quello del calzino di Luca.
-Sono due giorni che dico a mia madre di rammendarlo o di comprarmi un paio di calzini nuovi - disse Pippo. -Ma non trova mai il tempo.

Racconto 4°

EMILIO CUOR CONTENTO

-Ma che bambino allegro! Ma che bambino cuor contento! - dicevano quelli che conoscevano Emilio.
-Perché mi chiamano così? - chiese un giorno Emilio alla madre.
-Perché hai un bel carattere e fai felici gli altri con la tua allegria. Speriamo che non cambi, via via che diventi grande.
Emilio aveva otto anni e non sapeva di avere un carattere. Lui era fatto così e basta.
Non se la prendeva quasi mai, qualsiasi cosa gli capitasse. Se a scuola inciampava in cortile e si faceva un livido sulla fronte o a un ginocchio, rientrava in classe, apriva la cassetta del pronto soccorso, prendeva il tubetto di arnica e spalmava un bel po' di pomata sul bernoccolo che si andava formando.
-Non ti viene da piangere? - gli chiedeva la maestra.
-No.
-Non ti fa male?
-Solo un po'. Tra poco passa.
-Hai proprio un bel carattere, Emilio. Magari mio figlio fosse come te.
A Emilio piaceva ridere e cercava sempre qualcosa di buffo in tutto e in tutti.
Anche in suo nonno, che gli voleva bene, lo prelevava da scuola e lo accompagnava una volta ai giardini, una volta in piscina.
Un giorno Emilio gli chiese di farsi crescere i baffi e il nonno lo accontentò, anche se non li aveva mai portati.
-Sembri un bandito, nonno - gli disse Emilio ridendo. -Ti manca solo la maschera.
All'uscita da scuola, Emilio andava a trovare Giovanna, che abitava al piano di sopra.
Giovanna aveva la sua età, anche se sembrava più piccola, e passava quasi tutta la giornata sulla sedia a rotelle. Quando Emilio arrivava, batteva le mani e gli diceva: -Emi, fammi ridere.
Emilio si dava subito da fare. Da una cesta a sua disposizione pescava degli abiti vecchi del padre di Giovanna, si travestiva, cantava, ballava e faceva capriole sul pavimento del salotto. Giovanna applaudiva e gridava: -Bravo! Bravo!
Poi facevano merenda insieme.
Al momento di andar via, la madre di Giovanna baciava Emilio sulla fronte e gli sussurrava in un orecchio: -Grazie, hai proprio un bel carattere. Dove la prendi tutta questa allegria? Tu faresti ridere i sassi.
Emilio si sarebbe accontentato di far ridere il suo gatto Casimiro. Ma non ci riusciva. Al massimo otteneva delle fusa rumorose quando gli faceva una grattatina sotto il mento o una lisciatina sulla nuca.
Forse i gatti sanno ridere soltanto così, pensava.

Racconto 5°

GIACOMO HA TROPPA MEMORIA

Giacomo ricordava tutto ciò che aveva visto, detto, ascoltato, letto, imparato.
Ricordava anche i suoi sogni e avrebbe potuto raccontarli punto per punto.
Quando accompagnava suo padre a fare la spesa per la settimana, non c'era bisogno che l'uomo annotasse su un foglietto di carta le tante cose che la moglie voleva che acquistasse. Mentre la madre le elencava, Giacomo se le imprimeva nella mente e le ricordava una per una a suo padre, mentre giravano tra gli scaffali di un grande centro commerciale.
A scuola i suoi compagni, che conoscevano le sue doti mnemoniche, si divertivano a fargli le domande più strane.
-A cosa abbiamo giocato in cortile il quindici settembre dell'anno scorso?
-Che tempo faceva il ventinove ottobre?
-Che cosa abbiamo mangiato a mensa il giorno della Festa del Papà?
-Che storia ci ha letto il maestro quando siamo andati in gita al parco della Mandria?
-Che giorno era quando ti è sanguinato il naso?
All'inizio Giacomo rispondeva. Poi si stufò e si mise a dare risposte a caso, sbagliando volutamente e confondendo i compagni che, alla fine, lo lasciarono in pace.
A un certo punto Giacomo si rese conto che ricordare tutto cominciava a infastidirlo.
Avrebbe fatto volentieri a meno di tenere a mente cose che voleva piuttosto dimenticare. Le bugie che aveva detto, per esempio, o i torti dei quali si era macchiato.
E che dire dello sgambetto che aveva fatto a Roberto, il quale, cadendo, si era scheggiato un dente?
-Non l'ho fatto apposta - si era subito scusato.
Ma non era vero, lo aveva fatto inciampare volontariamente perché non lo aveva invitato alla sua festa di compleanno.
E quella volta che per comprarsi tre pacchetti di figurine aveva preso di nascosto dieci euro dal borsellino di sua madre, e quando lei se n'era accorta e gliene aveva chiesto conto, le aveva risposto che lui mai e poi mai le avrebbe rubato dei soldi?
La madre gli aveva creduto e aveva detto che forse stava perdendo la memoria e che si sarebbe fatta visitare da un medico.
Tutti fatti ed episodi, insieme ad altri, che Giacomo avrebbe voluto dimenticare insieme alla vergogna che aveva provato in quelle occasioni.
Invece ricordava tutto, persino il calore diffuso sul suo viso e i battiti del cuore che lo avevano fatto palpitare.
-Come si fa a perdere la memoria o, almeno, a farla diminuire un po'? - chiese una sera a suo padre.
-Credo che sia una dote che ti porterai dietro per tutta la vita, Giacomo. Non sei contento? Ti renderà più facile lo studio, perché imparerai in fretta e senza fatica. E ti sarà utile in tante altre situazioni.
Sì, pensò Giacomo. Anche a ricordargli di pensarci bene quando stava per commettere qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi o vergognarsi.

Racconto 6°

BRIAN E IL GATTO BIANCO

Finalmente, dopo tante promesse, giuramenti, rassicurazioni, i genitori di Brian avevano acconsentito a prendere un gatto in casa.
-Ci penso io a lui - aveva garantito Brian. -Lo terrò pulito e gli farò anche lo sciampo.
In realtà Brian non aveva mai avuto un animale e non aveva una idea precisa di come si accudisce un gatto.
Ma ci avrebbe messo tutta la sua volontà per imparare.
-Lo giuro - confermò, mentre col padre si dirigeva al gattile più vicino.
Brian si era proposto di prendere un micio che non avesse avuto nessun padrone, in modo da stabilire con lui un rapporto esclusivo.
La lettiera era pronta, così come la ciotola dell'acqua e quella dei croccantini.
La madre di Brian aveva voluto acquistare anche un tiragraffi a colonna per gatti, perché il nuovo ospite si facesse le unghie risparmiando tende e poltrone.
Il micio, insomma, avrebbe trovato tutto pronto per vivere in un ambiente su misura per lui.
Il padre e Brian erano attesi al gattile da una giovane donna.
-Benvenuti - disse con un sorriso. -Io mi chiamo Ester. Sei tu il futuro proprietario del gatto?
-Sì - rispose Brian.
-Adesso cerchiamo quello che fa per te. Tuo padre mi ha parlato a lungo al telefono del tuo impegno ad averne cura. Questo è importante, ma ti fornirò delle precise indicazioni perché la convivenza tra voi due sia corretta e serena. Venite con me.
Mentre Brian si accingeva a seguire Ester, il suo sguardo fu attirato da un gatto bianco che se ne stava accucciato in una casetta di legno. Aveva metà del corpo dentro e metà fuori. Se ne stava immobile, gli occhi chiusi, la testa china su un lato. Il mantello non era uniforme. Qua e là mancavano dei ciuffi di pelo.
A un certo punto il gatto aprì un occhio e fissò Brian. I loro sguardi si incrociarono per un attimo. Ma bastò perché Brian dicesse al padre: -Voglio quello.
-Non è possibile - disse Ester.
-Perché? - le chiese Brian.
-Perché è un gatto vecchio e ammalato. Ha perso un occhio e abbiamo dovuto amputargli una zampa. Quando ce lo portarono, lo salvammo a stento. Ha bisogno di cure costanti e va alimentato con cibi speciali perché i suoi denti non sono in condizioni perfette.
-È aggressivo? - chiese il padre di Brian.
-Tutt'altro. Passa la sua giornata quasi senza muoversi, in completa solitudine. Qui ci prendiamo cura di lui con amore e non gli facciamo mancare l'affetto dei volontari che frequentano il gattile.
-Lo voglio - ripeté Brian.
-Hai ascoltato quello che ho detto? - gli chiese Ester con dolcezza.
-Sì, gli darò tutto quello che gli date voi.
-Ma non volevi un cucciolo? - insisté suo padre.
-Voglio lui.
Il gatto non fece nessuna resistenza quando Ester lo prese in braccio e lo fece entrare nel trasportino che Brian aveva portato.
La madre lo guardò perplessa, il padre ciondolò la testa, Brian mostrò al vecchio gatto l'angolo preparato per lui. E il cuore gli balzò in gola quando lo vide avvicinarsi lentamente alla ciotola dell'acqua e bere a lungo.
-Lo chiamerò Bianco - disse ai suoi genitori.
Bianco visse ancora un anno. Forse il migliore della sua vita. Brian non lo lasciava mai solo, gli somministrava cibo e carezze, gli curava il pelo, lo teneva in grembo, lo posava sulla scrivania quando faceva i compiti, gli lasciava un posto comodo ai piedi del letto quando andava a coricarsi.
Inoltre, gli parlava di sé e dei sogni che cominciava a coltivare.
Il vecchio gatto lo ascoltava in silenzio, posava la testa sul suo cuore, gli strofinava il dorso della mano con il naso bagnato. E con l'unico occhio col quale osservava il mondo, raccontava a Brian la sua vita e il suo passato.

Racconto 7°

LORIS GIOCA BENE A CALCIO

Loris aveva otto anni e amava giocare al pallone. Poteva fare il centrocampista, l'attaccante, il difensore, il terzino o addirittura il portiere. Era bravo in ogni ruolo.
Quando si iscrisse a una piccola società sportiva, dopo qualche prova, l'allenatore decise che avrebbe fatto l'attaccante. Il suo compito, insomma, era segnare.
Loris accettò e cominciò ad allenarsi per perfezionarsi in quel ruolo.
Segnava almeno un gol a partita e tutti erano contenti di lui: l'allenatore, i suoi compagni di squadra, gli spettatori che ogni sabato affollavano gli spalti del campetto.
Suo padre assisteva ad ogni gara.
-Complimenti, Loris - gli diceva quando lo riportava a casa. - Sei un giocatore leale.
Loris, infatti, non commetteva mai falli volutamente pericolosi. Non voleva far male a nessuno.
-E se capitasse a me? - pensava. -Non mi piacerebbe per niente.
-Tu hai un futuro - gli disse un giorno l'allenatore. -Domenica prossima sfideremo una squadra di Brandano e avrai l'occasione per metterti in luce e dimostrare quanto vali.
-Sono forti?
-Sì, sono un gruppo compatto e affiatato, a quanto mi dicono. Ma possiamo farcela. Contiamo soprattutto su di te.
Loris si preparò coscienziosamente prima dell'incontro, allenandosi con scrupolo.
-Ci saranno tantissimi spettatori - gli disse Umberto, che aveva il ruolo di trequartista. -Ti passerò tutti i palloni che riesco a prendere.
-Grazie, Umberto.
-Facci vincere, eh? Quelli di Brandano si credono imbattibili e sono un po' presuntuosi. Me l'ha detto un amico che li conosce.
-Come ti senti? - chiese il padre a Loris, prima dell'inizio della partita.
-Bene, papà.
-Gioca come sai, ma non farti prendere dall'ansia.
-Tutti si aspettano che io segni e faccia vincere la mia squadra.
-Fai del tuo meglio ma non crederti il solo responsabile dell'esito della gara.
La partita si rivelò dura sin dall'inizio. Ogni volta che Loris si impadroniva del pallone, almeno due avversari gli piombavano addosso, lo spintonavano, cercavano di sgambettarlo e di arrestare la sua cavalcata verso la porta.
Loris si destreggiava alla meglio per evitare assalti e spallate.
-Non ti faremo mai arrivare alla nostra porta - gli sussurrò uno dei due che lo aggredivano in continuazione.
Loris non rispondeva, raddoppiava gli sforzi e guizzava come un'anguilla per evitare attaccanti, mediani, terzini, difensori.
A un quarto d'ora dalla fine, la partita era sullo zero a zero e tutti sembravano rassegnati al pareggio.
A un certo punto, però, Loris si trovò il campo libero davanti. Il portiere della sua squadra aveva fatto un lancio lungo e il pallone era finito proprio sui suoi piedi. O meglio, Loris aveva saputo stopparlo prima che scivolasse verso la porta avversaria.
L'unico ostacolo tra lui e il portiere era un solo difensore. Loris pensò che sarebbe stato facilissimo aggirarlo e dirigersi a colpo sicuro in porta per fare gol.
Dagli spalti del campo si levò un grido di trionfo. Gli spettatori che tifavano per lui accompagnavano con le loro grida ogni suo passo, in attesa di vedere il pallone infilarsi nella rete. Loris non avrebbe sbagliato, lo sapevano, e la partita sarebbe stata vinta dalla sua squadra.
Il difensore, però, si scagliò letteralmente addosso a Loris per fermarlo. Loris riuscì ad evitarlo per un pelo, ma quando lo vide cadere in modo scomposto e sentì il suo grido di dolore, arrestò la sua corsa e gli chiese: -Ti sei fatto male?
-Credo di essermi rotto il braccio.
-Non è stata colpa mia.
Approfittando di quel breve dialogo, il portiere aveva raggiunto il pallone e lo aveva portato al sicuro nell'area di rigore.
Il gol tanto atteso di Loris era sfumato e il campo fu sommerso dal boato di delusione dei suoi sostenitori.
-Mi dispiace - si scusò Loris con i compagni e con l'allenatore nello spogliatoio.
-È stato come se il dolore al braccio lo sentissi io - disse Loris a suo padre.
L'uomo lo abbracciò e gli disse: -Bisogna sempre scegliere ciò che conta di più. Hai dato una lezione a tutti.

Racconto 8°

LUIGI E' DISTRATTO

-Ti aiuto a vestirti, Luigi?
-Ce la faccio da solo, mamma.
-Allora sbrigati. La colazione è pronta.
Luigi dimenticò di togliersi i pantaloni del pigiama e ci infilò sopra i jeans. Quando se ne accorse, decise di lasciar perdere. Era tardi, sua madre doveva accompagnarlo a scuola e poi correre al lavoro, come tutte le mattine.
-Luigi, il latte si raffredda.
-Arrivo, mamma. Vado a lavarmi.
-Fai in fretta.
Nessuno faceva più in fretta di Luigi. Si bagnò una mano, se la passò sulla faccia e sulla fronte e si asciugò con un asciugamano che profumava di colonia, quello che aveva adoperato suo padre, prima di salire sul camion per portare la frutta al mercato.
-Luigi, io sono quasi pronta.
-Anch'io, mamma.
Luigi si passò una mano sui capelli e corse in cucina.
Fece colazione in un batter d'occhio e il latte rischiò di andargli di traverso.
-Ecco la merenda, mettila nello zaino.
Mentre infilava il panino con la marmellata in mezzo all'astuccio e ai quaderni, Luigi si accorse che nello zaino era rimasta una parte della merenda del giorno prima. Non aveva pensato di tirarla fuori tornando da scuola.
Ma non lo disse alla mamma, altrimenti gli avrebbe ripetuto il solito ritornello: -Luigi, sei troppo distratto.
Luigi entrò in classe per ultimo e andò a sedersi al suo posto, accanto alla finestra.
-Ciao, Luigi - lo salutò il maestro.
-Ciao.
-Ti sei accorto che dalle gambe dei jeans spuntano quelle del pigiama? - gli bisbigliò l'uomo in un orecchio.
-Adesso le faccio rientrare.
Mentre il maestro leggeva, Luigi notò un passero che si era posato sul davanzale della finestra e si mise a osservare i suoi occhietti neri.
Quando il passero volò via, tornò ad ascoltare il maestro. Ma quasi subito scorse una nuvola che aveva la forma di un cane lupo, il cane che gli piaceva più di tutti e che avrebbe voluto avere.
Il vento portò via la nuvola e Luigi rivolse lo sguardo al maestro. Ma i capelli biondi e riccioluti di Mara lo distrassero di nuovo.
-Posso toccarli? - le aveva chiesto un giorno Luigi.
-Sì, ma non tirarli.
Luigi li aveva sfiorati. Erano morbidi e profumavano di sciampo alla fragola.
-Vi è piaciuta la storia? - chiese il maestro chiudendo il libro.
-Sì, maestro - risposero gli alunni.
-È piaciuta anche a te, Luigi?
-Che cosa?
Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro no. Anche a lui la madre di Luigi aveva detto un giorno: -Mio figlio ha sempre la testa altrove. Devo preoccuparmi?
Il maestro le aveva risposto di no. A sette anni, aveva detto, era ancora presto per portarla saldamente sul collo.

Racconto 9°

SERGIO FARA' IL DOTTORE.

-Sei di nuovo in ritardo per la cena, papà.
-Mi dispiace, Sergio. Ma ho dovuto visitare un ammalato a casa sua, dopo aver chiuso l'ambulatorio.
-Che cosa aveva?
-Una crisi respiratoria.
-Come mai?
-È un po' difficile da spiegare.
-L'hai guarito?
-L'ho aiutato a stare meglio e stanotte potrà dormire tranquillo.
-Sei bravo, papà. Anch'io da grande voglio fare il medico come te.
-Hai tempo per pensarci.
Un giorno Sergio era entrato nell'ambulatorio del padre e aveva esaminato con interesse l'armadio dei medicinali, il lettino dove si sdraiavano gli ammalati, la bilancia per pesare i bambini, l'apparecchio per misurare la pressione, lo stetoscopio, il computer sul quale si compilavano le ricette elettroniche.
Suo padre gli aveva spiegato tutto.
Sergio avrebbe voluto essere presente anche quando visitava gli ammalati.
-Non è possibile, Sergio.
-Perché, papà?
-Perché ogni ammalato è geloso di sé stesso e vuole parlare soltanto con il suo medico. Al medico si dicono cose che non si dicono agli altri.
-Allora tu conosci i segreti dei tuoi ammalati, papà.
-È proprio così.
-E non li rivelerai mai a nessuno?
-Mai. Sono tenuto al segreto professionale.
Dopo quella visita all'ambulatorio, Sergio ammirò ancora di più suo padre.
Un giorno l'uomo partì per partecipare a un convegno e Sergio ne approfittò per portare segretamente a scuola il suo stetoscopio. Sapeva benissimo come funzionava e voleva mostrarlo ai suoi compagni.
Quando lo tirò fuori dallo zaino durante l'intervallo, tutti gli si fecero intorno.
-Che cos'è?
-Come funziona?
-Adesso vi spiego. Uno di voi deve sollevare la maglia e mostrarmi prima le spalle nude, poi il petto.
-Io no.
-Nemmeno io, fa troppo freddo.
-La sollevo io - disse Giuseppe. - Aiutatemi.
Sergio posò sulla schiena di Giuseppe un dischetto di metallo e si infilò nelle orecchie le olive di vetro con le quali terminavano due tubi di gomma.
Poi disse a Giuseppe: -Respira. Devo sentire se i tuoi bronchi sono liberi e non hai il catarro.
-Che roba è?
-Poi ti spiego. Non parlare, respira
In quel momento entrò in classe il maestro.
-Che cosa state facendo? -chiese alla classe.
-Sergio vuole controllare se Giuseppe ha il catarro - gli rispose Miriam.
Il maestro chiese a Sergio di mettere via uno strumento tanto delicato e spiegò ai bambini a cosa serviva.
A Sergio disse: -Sono sicuro che un giorno sarai un buon medico.
-Ma forse non sarò mai bravo come mio papà.

Appuntamento a domani per un nuovo racconto!

© Angelo Petrosino. E' vietato riprodurre su altri siti o piattaforme anche piccole parti del testo senza il consenso esplicito dell'autore. Le illustrazioni sono di Sara Not e protette da copyright.