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© Angelo Petrosino. E' vietato riprodurre su altri siti o piattaforme anche piccole parti del testo senza il consenso esplicito dell'autore. Le illustrazioni sono di Sara Not e protette da copyright.

STORIE DI BAMBINI D'OGGI

Storie di bambini d\

Prefazione di Angelo Petrosino

Cari bambini,
ecco un nuovo regalo, dopo "Le Avventure della gatta Ludovica".

Di che si tratta? Di racconti. Racconti che hanno per protagonisti bambini e bambine della vostra età, che vivono il tempo che vivete voi, che frequentano le scuole che voi frequentate e che hanno caratteri simili, se non uguali, ai vostri.
Guardatevi intorno, osservate i vostri compagni di classe, gli amici che invitate a casa, i coetanei con cui giocate, quelli che incontrate a un corso di nuoto, ai giardinetti, in biblioteca, in un campetto sportivo.
Sono tutti uno diverso dall’altro. C'è chi è timido, chi è spavaldo, chi fa ridere, chi ama scrivere, chi fa fatica a leggere, chi è curioso, chi è distratto, chi ama la natura, chi ama gli animali, chi adora la musica, chi riflette molto, chi sogna e pensa a cosa farà da grande, chi preferisce stare in casa, chi vuole andare sempre in giro, chi è pigro, chi è sempre attivo e chi non può camminare.
Bene, io ho provato a raccontare delle storie che riguardano ciascuno di questi bambini, i rapporti che hanno tra loro, quelli che intrattengono con gli adulti a scuola, in casa o altrove.
Forse vi riconoscerete in qualcuno di loro, forse in certe situazioni che li coinvolgono vi siete trovati anche voi.
Se sarà così, fatemelo sapere. Se invece qualcuno dei bambini dei quali parlo vi sembra irrealistico o immaginario, ditemelo lo stesso.
Io ho cercato di ricordarmi dei tanti alunni che ho conosciuto nel corso dei miei anni di insegnamento a scuola, di quelli che ho incontrato e incontro nelle biblioteche, dei molti che mi scrivono e mi parlano di sé.
I racconti sono stati scritti per essere letti da soli. Ma questo non vuol dire che non potete condividerli con i vostri insegnanti e i vostri genitori.
Buona lettura e scrivetemi senza timore di dirmi che cosa ne pensate, al solito indirizzo email: mailing@angelopetrosino.com
Angelo.

P:S La pubblicazione dei racconti comincerà lunedì 17 febbraio. Cinque alla settimana, dal lunedì al venerdì. Alcune di queste storie sono uscite di recente su Popotus, l'inserto bisettimanale per ragazzi del quotidiano Avvenire.
Chivasso, 08 febbraio 2020

Chi e' Sara Not

Sara Not è una delle più note illustratrici di libri per l'infanzia(e non solo) nel nostro Paese. Ha illustrato decine di libri con molte case editrici: romanzi, racconti, poesie. È famosa e molto amata per aver dato una fisionimia inconfondibile al personaggio di Valentina creato da Angelo Petrosino, con il quale collabora da vent'anni. Ama molto disegnare i gatti. Ecco perché ha deciso di fare un regalo preziosissimo alla storia di Ludovica, rappresentandola con tenerezza, affetto, rispetto per la sua individualità indipendente.
Seguila su Instagram: saranot.illustration

Lettere sulle "Storie di bambini d'oggi"

Racconto 1°

LARA E LA LIBERTA' DELL'USIGNOLO

-Buon compleanno, nipotina.
-Grazie, zia.
-Guarda che bel regalo ti ho portato. È stato molto difficile procurarselo. Spero che saprai apprezzarlo.
La zia di Lara tolse il panno che avvolgeva la gabbia e, al suo interno, un uccellino cominciò a cantare.
-È un usignolo - disse la zia.
Lara non aveva mai visto un usignolo dal vivo né, tantomeno, lo aveva mai sentito cantare.
Ne fu entusiasta e cominciò ad occuparsi subito del suo prezioso animale, dopo averlo portato nella sua camera.
Voleva averlo sott'occhio ogni volta che era in casa ed era sicura che si sarebbero fatti buona compagnia.
Naturalmente cercò le informazioni necessarie su come accudire un uccello tanto pregiato. Predispose mangiatoie, trespoli di legno, beverini e una vasca per il bagnetto.
Non fu semplice trovare insetti, vermi e larve per nutrirlo. Ma un'amica della zia, che aveva un grande giardino, le venne in aiuto.
Lara dedicava molta cura alla gabbia, disinfettava i ferretti, raccoglieva i resti degli insetti, cambiava sovente l'acqua nei beverini, perché fosse sempre fresca e pulita.
L'usignolo sembrava apprezzare queste attenzioni, perché non era mai irrequieto, anche se cantava meno di quanto Lara si sarebbe aspettato.
A volte gli parlava.
-Ti chiamerò Trillo, ti piace? Sono felice di averti con me. A scuola ti disegno spesso. Ormai conosco ogni sfumatura dei colori che ti rivestono.
Trillo taceva mentre Lara gli parlava, e quando lei aveva finito, emetteva alcuni dei suoni più belli che sapeva modulare.
Col passare delle settimane, tuttavia, Lara notava che Trillo intristiva. Lo capiva dai suoi saltelli meno vivaci, dai suoi canti meno frequenti, dagli occhi che cercavano la luce oltre la finestra.
-Cos'hai? - gli chiedeva Lara. - Hai qualcosa da rimproverarmi? Non ti senti trattato bene? Non sei contento del cibo che ti procuro? La pulizia della gabbia non è così accurata come desideri?
Lara ne parlò con il veterinario che si occupava della gatta della sua amica Luna.
-L'usignolo è un uccello che ama la libertà - le disse l'uomo. -Non ama stare in gabbia, per quanto dorata essa sia e per quante cure tu possa prodigargli.
-Che cosa devo fare?
-Questo devi deciderlo tu.
Lara tornò a casa sconsolata. Sapeva che cosa doveva fare. Ma non voleva ammetterlo.
Per alcuni giorni raddoppiò le sue attenzioni, stette più tempo con Trillo, gli procurò delle costose prelibatezze.
Ma l'atteggiamento dell'usignolo non cambiava. Il suo canto non esprimeva gioia di vivere e le sue ali sembravano aver perso la facoltà di volare, perché non saltava più da un trespolo all'altro, ma zampettava quasi senza voglia sul fondo della gabbia.
-Vuoi andar via, vero? - gli chiese un giorno Lara, tornando da scuola. -E va bene, ti accontenterò. L'ho capito subito che ti sentivi come un prigioniero. Ma non volevo confessarlo a me stessa, perché mi faceva piacere averti accanto e confidarti alcuni dei miei pensieri. Resta ancora una notte con me. Domani mattina all'alba ti restituisco la libertà.
Quella notte Lara non coprì la gabbia con un panno, come faceva di solito, e l'usignolo si abbandonò a un concerto di frasi musicali così armoniose, che Lara pianse a lungo con la testa affondata nel cuscino.
Il mattino dopo spalancò la finestra e, prima di aprire lo sportellino della gabbia, disse all'usignolo: - Buon viaggio, Trillo. Spero che tornerai a trovarmi qualche volta. Non dimenticare che ti ho voluto bene.

Racconto 2°

LINO IL SOGNATORE

La madre di Lino comprava il pesce fresco almeno tre volte la settimana. E per il pescivendolo del mercato di via Porpora era una buona cliente.
-Torni a trovarmi, mi raccomando - le diceva l'uomo dopo averla servita.
-Ci conti - lo rassicurava la madre di Lino.
A Lino il pesce non piaceva molto, a parte le alici e le sardine. Ma quando la madre tornava dal mercato, si impossessava subito della carta di giornale in cui il pesce era avvolto.
-Si può sapere cosa te ne fai? Puzza ed è da buttare - gli diceva sua madre.
-Gli do solo un'occhiata - diceva Lino.
Quella carta di giornale era fantastica. Lino cercava subito la data, e quanto più vecchio era il giornale, tanto più contento era.
A volte il pesce era impacchettato in fogli di giornale che risalivano anche a cinque anni prima.
Lino aveva otto anni, e quando quel giornale era stato stampato, lui mangiava ancora le pappine.
Allora si chiudeva nella sua camera, si allungava sul letto e leggeva i fogli che sapevano di muffa e di pesce.
"Terremoto in Turchia. Centinaia di morti".
Lino chiudeva gli occhi, li riapriva e si trovava davanti a un palazzo che era crollato come un castello di carta.
Nell'aria c'era puzza di bruciato, la gente si aggirava tra le rovine con occhi inebetiti, gli elicotteri volteggiavano nell'aria, le ruspe si scagliavano contro i muri pericolanti.
-Posso fare qualcosa?- chiedeva Lino a un uomo della croce rossa, a un poliziotto stravolto o a una donna che piangeva.
Ma nessuno gli dava retta.
Allora Lino si infilava sotto le macerie, si muoveva a tentoni tra improvvisati cunicoli, e salvava un gatto, o un bambino che stringeva al petto il suo giocattolo preferito.
-Come hai fatto?- gli chiedevano i soccorritori.
-Ho buone orecchie e poi non ho paura di niente.
-Complimenti, sei un eroe.
I giornali e la televisione riferivano il fatto, e Lino adottava il micio o diventava amico del bambino che aveva salvato.
Se il giornale che avvolgeva il pesce riportava la notizia di una rapina in banca, Lino respirava profondamente, si concentrava, e si ritrovava quasi subito davanti alla banca assaltata.
-Mettete giù le pistole e arrendetevi!- gridava ai due banditi dal volto mascherato, mentre uscivano dalla banca, dopo aver immobilizzato l'uomo della Mondialpol, che si dibatteva invano con un cerotto sulla bocca.
Poteva darsi che uno dei due tentasse di prendersi gioco di lui e gli dicesse: -Togliti di mezzo, marmocchio".
Be', Lino la parola marmocchio non la sopportava proprio. Allora si arrabbiava veramente, cominciava a prendere a calci il bandito, finché la gente esclamava: -Che fegato ha quel bambino!
A quel punto i banditi si facevano prendere dal panico, si sbarazzavano del bottino(parecchi milioni stretti in un sacco) e scappavano su una moto gridando: -Ce la pagherai, marmocchio!
Ma non facevano molta strada, perché una volante della polizia li bloccava, li ammanettava e li portava in carcere.
La gente soccorreva Lino, che nella lotta era caduto e si era slogato una caviglia, e continuava a ripetergli: -Meno male che c'eri tu.
Lino riapriva gli occhi, pensava ai due rapinatori che guardavano il cielo dalle sbarre di una prigione, si sentiva un po' triste ma si diceva: -Dovevo farlo.
Subito dopo la madre gli gridava: -Lino, butta quella carta, sennò la tua camera puzzerà di marcio.
Lino dava un'ultima occhiata ai fogli che aveva davanti.
Se era fortunato, poteva ancora vincere un paio di milioni al lotto, oppure tagliare il traguardo per primo in una gara di nuoto alle olimpiadi, o salvare la sua classe da un incendio appiccato senza volerlo da un bidello che fumava di nascosto.
Comunque, quasi sempre il giornale che veniva dal mercato era una vera miniera di notizie. Venivano da lontano e lo portavano lontano, come aveva sempre sognato di fare.
Ma a sua madre non avrebbe detto nulla. Era sicuro che avrebbe allargato le braccia e gli avrebbe detto: -Sei il solito. Hai sempre la testa per aria.
E quelle parole, Lino, non le sopportava proprio.

Racconto 3°

LUCA E IL TEMPO

Dopo essersi infilato i calzini, Luca notò che uno dei due aveva un buco all'altezza del malleolo.
Allora chiamò sua madre e le disse: - Mi dai un paio di calzini nuovi? Uno ha un buco.
-Non c'è tempo, Luca, rischio di fare tardi sul lavoro e devo depositarti a scuola tra dieci minuti esatti. Ho il tempo contato. Con i pantaloni lunghi, nessuno se ne accorgerà. Chissà quanti dei tuoi compagni vanno a scuola con i calzini bucati.
Questa era una cosa cui Luca non aveva mai pensato e si propose di controllare quella mattina stessa quanto fosse vera l'affermazione di sua madre.
Mentre si districava nel traffico, la donna ripeteva: -Non farò in tempo ad arrivare in orario in ufficio. E il nuovo capo non fa altro che ripetere che il tempo è denaro. È noioso, ma visto che comanda lui, devo sopportare. Spero di arrivare in tempo a prenderti all'uscita da scuola oggi pomeriggio, tesoro. Altrimenti chiedi alla maestra di aspettarmi e di concedermi qualche minuto di tempo in più.
Luca fece il conto: da quando si era svegliato, sua madre aveva ripetuto già sei volte la parola tempo.
A pensarci bene, tempo era la parola che sentiva ripetere più spesso nella sua vita di bambino.
Chi ha tempo, non aspetti tempo. Prenditi tutto il tempo che vuoi. Sono arrivato appena in tempo. Non sprecare il tempo. E' per ingannare il tempo. È stata una corsa contro il tempo. Ho cercato di guadagnare tempo. Quanto tempo hai perso. È questione di tempo. Il tempo non passa mai.
Luca cominciava ad essere stufo del tempo. Condizionava troppo la vita delle persone. Metteva fretta a tanti, faceva disperare molti, annoiava alcuni.
È tempo di fare i compiti, è tempo di andare a letto, è tempo di dire la verità, è tempo di dire basta.
Appunto, è tempo di dire basta al tempo, pensò Luca.
Nonostante sua madre avesse fatto qualche manovra arrischiata nel traffico, Luca arrivò a scuola con un po' di ritardo.
-Spiega alla maestra che ho fatto del mio meglio per arrivare in tempo - gli disse sua madre, mentre scendeva dall'auto.
-Forse è meglio se vengo a scuola a piedi.
-Ci sono quattro incroci da attraversare, Luca. Ne parliamo stasera. Buona giornata. E studia. Studiare non è mai tempo sprecato, ricorda.
Quando la maestra fece osservare a Luca che era in ritardo, Luca rispose che il traffico era impazzito e che sua madre…Ma non volle usare la parola tempo. Avrebbe fatto di tutto per non impiegarla mai più.
-Comunque, sei arrivato in tempo per ascoltare la spiegazione sui verbi intransitivi.
Durante l'intervallo, Luca chiese a Roberto: -Tu hai dei buchi nei calzini?
Roberto lo guardò sconcertato e rispose: -No, perché?
Poi andò a chiedere a Rossella: -Scommetto che hai dei buchi nei calzini.
-Con chi credi di avere a che fare? - si rivoltò Rosella. - I miei calzini sono sempre a posto.
-Posso vederli?
-Stai scherzando? Come ti sei alzato stamattina?
Luca si informò da altri compagni, ma tutti negarono di avere i calzini bucati.
Soltanto Pippo ammise: -Sì, ne ho uno bucato.
-Dov'è il buco?
-Sotto il calcagno.
-Io ce l''ho all'altezza del malleolo. Mi fai vedere quanto è grande?
Il buco del calzino di Pippo era molto più grande di quello del calzino di Luca.
-Sono due giorni che dico a mia madre di rammendarlo o di comprarmi un paio di calzini nuovi - disse Pippo. -Ma non trova mai il tempo.

Racconto 4°

EMILIO CUOR CONTENTO

-Ma che bambino allegro! Ma che bambino cuor contento! - dicevano quelli che conoscevano Emilio.
-Perché mi chiamano così? - chiese un giorno Emilio alla madre.
-Perché hai un bel carattere e fai felici gli altri con la tua allegria. Speriamo che non cambi, via via che diventi grande.
Emilio aveva otto anni e non sapeva di avere un carattere. Lui era fatto così e basta.
Non se la prendeva quasi mai, qualsiasi cosa gli capitasse. Se a scuola inciampava in cortile e si faceva un livido sulla fronte o a un ginocchio, rientrava in classe, apriva la cassetta del pronto soccorso, prendeva il tubetto di arnica e spalmava un bel po' di pomata sul bernoccolo che si andava formando.
-Non ti viene da piangere? - gli chiedeva la maestra.
-No.
-Non ti fa male?
-Solo un po'. Tra poco passa.
-Hai proprio un bel carattere, Emilio. Magari mio figlio fosse come te.
A Emilio piaceva ridere e cercava sempre qualcosa di buffo in tutto e in tutti.
Anche in suo nonno, che gli voleva bene, lo prelevava da scuola e lo accompagnava una volta ai giardini, una volta in piscina.
Un giorno Emilio gli chiese di farsi crescere i baffi e il nonno lo accontentò, anche se non li aveva mai portati.
-Sembri un bandito, nonno - gli disse Emilio ridendo. -Ti manca solo la maschera.
All'uscita da scuola, Emilio andava a trovare Giovanna, che abitava al piano di sopra.
Giovanna aveva la sua età, anche se sembrava più piccola, e passava quasi tutta la giornata sulla sedia a rotelle. Quando Emilio arrivava, batteva le mani e gli diceva: -Emi, fammi ridere.
Emilio si dava subito da fare. Da una cesta a sua disposizione pescava degli abiti vecchi del padre di Giovanna, si travestiva, cantava, ballava e faceva capriole sul pavimento del salotto. Giovanna applaudiva e gridava: -Bravo! Bravo!
Poi facevano merenda insieme.
Al momento di andar via, la madre di Giovanna baciava Emilio sulla fronte e gli sussurrava in un orecchio: -Grazie, hai proprio un bel carattere. Dove la prendi tutta questa allegria? Tu faresti ridere i sassi.
Emilio si sarebbe accontentato di far ridere il suo gatto Casimiro. Ma non ci riusciva. Al massimo otteneva delle fusa rumorose quando gli faceva una grattatina sotto il mento o una lisciatina sulla nuca.
Forse i gatti sanno ridere soltanto così, pensava.

Racconto 5°

GIACOMO HA TROPPA MEMORIA

Giacomo ricordava tutto ciò che aveva visto, detto, ascoltato, letto, imparato.
Ricordava anche i suoi sogni e avrebbe potuto raccontarli punto per punto.
Quando accompagnava suo padre a fare la spesa per la settimana, non c'era bisogno che l'uomo annotasse su un foglietto di carta le tante cose che la moglie voleva che acquistasse. Mentre la madre le elencava, Giacomo se le imprimeva nella mente e le ricordava una per una a suo padre, mentre giravano tra gli scaffali di un grande centro commerciale.
A scuola i suoi compagni, che conoscevano le sue doti mnemoniche, si divertivano a fargli le domande più strane.
-A cosa abbiamo giocato in cortile il quindici settembre dell'anno scorso?
-Che tempo faceva il ventinove ottobre?
-Che cosa abbiamo mangiato a mensa il giorno della Festa del Papà?
-Che storia ci ha letto il maestro quando siamo andati in gita al parco della Mandria?
-Che giorno era quando ti è sanguinato il naso?
All'inizio Giacomo rispondeva. Poi si stufò e si mise a dare risposte a caso, sbagliando volutamente e confondendo i compagni che, alla fine, lo lasciarono in pace.
A un certo punto Giacomo si rese conto che ricordare tutto cominciava a infastidirlo.
Avrebbe fatto volentieri a meno di tenere a mente cose che voleva piuttosto dimenticare. Le bugie che aveva detto, per esempio, o i torti dei quali si era macchiato.
E che dire dello sgambetto che aveva fatto a Roberto, il quale, cadendo, si era scheggiato un dente?
-Non l'ho fatto apposta - si era subito scusato.
Ma non era vero, lo aveva fatto inciampare volontariamente perché non lo aveva invitato alla sua festa di compleanno.
E quella volta che per comprarsi tre pacchetti di figurine aveva preso di nascosto dieci euro dal borsellino di sua madre, e quando lei se n'era accorta e gliene aveva chiesto conto, le aveva risposto che lui mai e poi mai le avrebbe rubato dei soldi?
La madre gli aveva creduto e aveva detto che forse stava perdendo la memoria e che si sarebbe fatta visitare da un medico.
Tutti fatti ed episodi, insieme ad altri, che Giacomo avrebbe voluto dimenticare insieme alla vergogna che aveva provato in quelle occasioni.
Invece ricordava tutto, persino il calore diffuso sul suo viso e i battiti del cuore che lo avevano fatto palpitare.
-Come si fa a perdere la memoria o, almeno, a farla diminuire un po'? - chiese una sera a suo padre.
-Credo che sia una dote che ti porterai dietro per tutta la vita, Giacomo. Non sei contento? Ti renderà più facile lo studio, perché imparerai in fretta e senza fatica. E ti sarà utile in tante altre situazioni.
Sì, pensò Giacomo. Anche a ricordargli di pensarci bene quando stava per commettere qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi o vergognarsi.

Racconto 6°

BRIAN E IL GATTO BIANCO

Finalmente, dopo tante promesse, giuramenti, rassicurazioni, i genitori di Brian avevano acconsentito a prendere un gatto in casa.
-Ci penso io a lui - aveva garantito Brian. -Lo terrò pulito e gli farò anche lo sciampo.
In realtà Brian non aveva mai avuto un animale e non aveva una idea precisa di come si accudisce un gatto.
Ma ci avrebbe messo tutta la sua volontà per imparare.
-Lo giuro - confermò, mentre col padre si dirigeva al gattile più vicino.
Brian si era proposto di prendere un micio che non avesse avuto nessun padrone, in modo da stabilire con lui un rapporto esclusivo.
La lettiera era pronta, così come la ciotola dell'acqua e quella dei croccantini.
La madre di Brian aveva voluto acquistare anche un tiragraffi a colonna per gatti, perché il nuovo ospite si facesse le unghie risparmiando tende e poltrone.
Il micio, insomma, avrebbe trovato tutto pronto per vivere in un ambiente su misura per lui.
Il padre e Brian erano attesi al gattile da una giovane donna.
-Benvenuti - disse con un sorriso. -Io mi chiamo Ester. Sei tu il futuro proprietario del gatto?
-Sì - rispose Brian.
-Adesso cerchiamo quello che fa per te. Tuo padre mi ha parlato a lungo al telefono del tuo impegno ad averne cura. Questo è importante, ma ti fornirò delle precise indicazioni perché la convivenza tra voi due sia corretta e serena. Venite con me.
Mentre Brian si accingeva a seguire Ester, il suo sguardo fu attirato da un gatto bianco che se ne stava accucciato in una casetta di legno. Aveva metà del corpo dentro e metà fuori. Se ne stava immobile, gli occhi chiusi, la testa china su un lato. Il mantello non era uniforme. Qua e là mancavano dei ciuffi di pelo.
A un certo punto il gatto aprì un occhio e fissò Brian. I loro sguardi si incrociarono per un attimo. Ma bastò perché Brian dicesse al padre: -Voglio quello.
-Non è possibile - disse Ester.
-Perché? - le chiese Brian.
-Perché è un gatto vecchio e ammalato. Ha perso un occhio e abbiamo dovuto amputargli una zampa. Quando ce lo portarono, lo salvammo a stento. Ha bisogno di cure costanti e va alimentato con cibi speciali perché i suoi denti non sono in condizioni perfette.
-È aggressivo? - chiese il padre di Brian.
-Tutt'altro. Passa la sua giornata quasi senza muoversi, in completa solitudine. Qui ci prendiamo cura di lui con amore e non gli facciamo mancare l'affetto dei volontari che frequentano il gattile.
-Lo voglio - ripeté Brian.
-Hai ascoltato quello che ho detto? - gli chiese Ester con dolcezza.
-Sì, gli darò tutto quello che gli date voi.
-Ma non volevi un cucciolo? - insisté suo padre.
-Voglio lui.
Il gatto non fece nessuna resistenza quando Ester lo prese in braccio e lo fece entrare nel trasportino che Brian aveva portato.
La madre lo guardò perplessa, il padre ciondolò la testa, Brian mostrò al vecchio gatto l'angolo preparato per lui. E il cuore gli balzò in gola quando lo vide avvicinarsi lentamente alla ciotola dell'acqua e bere a lungo.
-Lo chiamerò Bianco - disse ai suoi genitori.
Bianco visse ancora un anno. Forse il migliore della sua vita. Brian non lo lasciava mai solo, gli somministrava cibo e carezze, gli curava il pelo, lo teneva in grembo, lo posava sulla scrivania quando faceva i compiti, gli lasciava un posto comodo ai piedi del letto quando andava a coricarsi.
Inoltre, gli parlava di sé e dei sogni che cominciava a coltivare.
Il vecchio gatto lo ascoltava in silenzio, posava la testa sul suo cuore, gli strofinava il dorso della mano con il naso bagnato. E con l'unico occhio col quale osservava il mondo, raccontava a Brian la sua vita e il suo passato.

Racconto 7°

LORIS GIOCA BENE A CALCIO

Loris aveva otto anni e amava giocare al pallone. Poteva fare il centrocampista, l'attaccante, il difensore, il terzino o addirittura il portiere. Era bravo in ogni ruolo.
Quando si iscrisse a una piccola società sportiva, dopo qualche prova, l'allenatore decise che avrebbe fatto l'attaccante. Il suo compito, insomma, era segnare.
Loris accettò e cominciò ad allenarsi per perfezionarsi in quel ruolo.
Segnava almeno un gol a partita e tutti erano contenti di lui: l'allenatore, i suoi compagni di squadra, gli spettatori che ogni sabato affollavano gli spalti del campetto.
Suo padre assisteva ad ogni gara.
-Complimenti, Loris - gli diceva quando lo riportava a casa. - Sei un giocatore leale.
Loris, infatti, non commetteva mai falli volutamente pericolosi. Non voleva far male a nessuno.
-E se capitasse a me? - pensava. -Non mi piacerebbe per niente.
-Tu hai un futuro - gli disse un giorno l'allenatore. -Domenica prossima sfideremo una squadra di Brandano e avrai l'occasione per metterti in luce e dimostrare quanto vali.
-Sono forti?
-Sì, sono un gruppo compatto e affiatato, a quanto mi dicono. Ma possiamo farcela. Contiamo soprattutto su di te.
Loris si preparò coscienziosamente prima dell'incontro, allenandosi con scrupolo.
-Ci saranno tantissimi spettatori - gli disse Umberto, che aveva il ruolo di trequartista. -Ti passerò tutti i palloni che riesco a prendere.
-Grazie, Umberto.
-Facci vincere, eh? Quelli di Brandano si credono imbattibili e sono un po' presuntuosi. Me l'ha detto un amico che li conosce.
-Come ti senti? - chiese il padre a Loris, prima dell'inizio della partita.
-Bene, papà.
-Gioca come sai, ma non farti prendere dall'ansia.
-Tutti si aspettano che io segni e faccia vincere la mia squadra.
-Fai del tuo meglio ma non crederti il solo responsabile dell'esito della gara.
La partita si rivelò dura sin dall'inizio. Ogni volta che Loris si impadroniva del pallone, almeno due avversari gli piombavano addosso, lo spintonavano, cercavano di sgambettarlo e di arrestare la sua cavalcata verso la porta.
Loris si destreggiava alla meglio per evitare assalti e spallate.
-Non ti faremo mai arrivare alla nostra porta - gli sussurrò uno dei due che lo aggredivano in continuazione.
Loris non rispondeva, raddoppiava gli sforzi e guizzava come un'anguilla per evitare attaccanti, mediani, terzini, difensori.
A un quarto d'ora dalla fine, la partita era sullo zero a zero e tutti sembravano rassegnati al pareggio.
A un certo punto, però, Loris si trovò il campo libero davanti. Il portiere della sua squadra aveva fatto un lancio lungo e il pallone era finito proprio sui suoi piedi. O meglio, Loris aveva saputo stopparlo prima che scivolasse verso la porta avversaria.
L'unico ostacolo tra lui e il portiere era un solo difensore. Loris pensò che sarebbe stato facilissimo aggirarlo e dirigersi a colpo sicuro in porta per fare gol.
Dagli spalti del campo si levò un grido di trionfo. Gli spettatori che tifavano per lui accompagnavano con le loro grida ogni suo passo, in attesa di vedere il pallone infilarsi nella rete. Loris non avrebbe sbagliato, lo sapevano, e la partita sarebbe stata vinta dalla sua squadra.
Il difensore, però, si scagliò letteralmente addosso a Loris per fermarlo. Loris riuscì ad evitarlo per un pelo, ma quando lo vide cadere in modo scomposto e sentì il suo grido di dolore, arrestò la sua corsa e gli chiese: -Ti sei fatto male?
-Credo di essermi rotto il braccio.
-Non è stata colpa mia.
Approfittando di quel breve dialogo, il portiere aveva raggiunto il pallone e lo aveva portato al sicuro nell'area di rigore.
Il gol tanto atteso di Loris era sfumato e il campo fu sommerso dal boato di delusione dei suoi sostenitori.
-Mi dispiace - si scusò Loris con i compagni e con l'allenatore nello spogliatoio.
-È stato come se il dolore al braccio lo sentissi io - disse Loris a suo padre.
L'uomo lo abbracciò e gli disse: -Bisogna sempre scegliere ciò che conta di più. Hai dato una lezione a tutti.

Racconto 8°

LUIGI E' DISTRATTO

-Ti aiuto a vestirti, Luigi?
-Ce la faccio da solo, mamma.
-Allora sbrigati. La colazione è pronta.
Luigi dimenticò di togliersi i pantaloni del pigiama e ci infilò sopra i jeans. Quando se ne accorse, decise di lasciar perdere. Era tardi, sua madre doveva accompagnarlo a scuola e poi correre al lavoro, come tutte le mattine.
-Luigi, il latte si raffredda.
-Arrivo, mamma. Vado a lavarmi.
-Fai in fretta.
Nessuno faceva più in fretta di Luigi. Si bagnò una mano, se la passò sulla faccia e sulla fronte e si asciugò con un asciugamano che profumava di colonia, quello che aveva adoperato suo padre, prima di salire sul camion per portare la frutta al mercato.
-Luigi, io sono quasi pronta.
-Anch'io, mamma.
Luigi si passò una mano sui capelli e corse in cucina.
Fece colazione in un batter d'occhio e il latte rischiò di andargli di traverso.
-Ecco la merenda, mettila nello zaino.
Mentre infilava il panino con la marmellata in mezzo all'astuccio e ai quaderni, Luigi si accorse che nello zaino era rimasta una parte della merenda del giorno prima. Non aveva pensato di tirarla fuori tornando da scuola.
Ma non lo disse alla mamma, altrimenti gli avrebbe ripetuto il solito ritornello: -Luigi, sei troppo distratto.
Luigi entrò in classe per ultimo e andò a sedersi al suo posto, accanto alla finestra.
-Ciao, Luigi - lo salutò il maestro.
-Ciao.
-Ti sei accorto che dalle gambe dei jeans spuntano quelle del pigiama? - gli bisbigliò l'uomo in un orecchio.
-Adesso le faccio rientrare.
Mentre il maestro leggeva, Luigi notò un passero che si era posato sul davanzale della finestra e si mise a osservare i suoi occhietti neri.
Quando il passero volò via, tornò ad ascoltare il maestro. Ma quasi subito scorse una nuvola che aveva la forma di un cane lupo, il cane che gli piaceva più di tutti e che avrebbe voluto avere.
Il vento portò via la nuvola e Luigi rivolse lo sguardo al maestro. Ma i capelli biondi e riccioluti di Mara lo distrassero di nuovo.
-Posso toccarli? - le aveva chiesto un giorno Luigi.
-Sì, ma non tirarli.
Luigi li aveva sfiorati. Erano morbidi e profumavano di sciampo alla fragola.
-Vi è piaciuta la storia? - chiese il maestro chiudendo il libro.
-Sì, maestro - risposero gli alunni.
-È piaciuta anche a te, Luigi?
-Che cosa?
Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro no. Anche a lui la madre di Luigi aveva detto un giorno: -Mio figlio ha sempre la testa altrove. Devo preoccuparmi?
Il maestro le aveva risposto di no. A sette anni, aveva detto, era ancora presto per portarla saldamente sul collo.

Racconto 9°

SERGIO FARA' IL DOTTORE.

-Sei di nuovo in ritardo per la cena, papà.
-Mi dispiace, Sergio. Ma ho dovuto visitare un ammalato a casa sua, dopo aver chiuso l'ambulatorio.
-Che cosa aveva?
-Una crisi respiratoria.
-Come mai?
-È un po' difficile da spiegare.
-L'hai guarito?
-L'ho aiutato a stare meglio e stanotte potrà dormire tranquillo.
-Sei bravo, papà. Anch'io da grande voglio fare il medico come te.
-Hai tempo per pensarci.
Un giorno Sergio era entrato nell'ambulatorio del padre e aveva esaminato con interesse l'armadio dei medicinali, il lettino dove si sdraiavano gli ammalati, la bilancia per pesare i bambini, l'apparecchio per misurare la pressione, lo stetoscopio, il computer sul quale si compilavano le ricette elettroniche.
Suo padre gli aveva spiegato tutto.
Sergio avrebbe voluto essere presente anche quando visitava gli ammalati.
-Non è possibile, Sergio.
-Perché, papà?
-Perché ogni ammalato è geloso di sé stesso e vuole parlare soltanto con il suo medico. Al medico si dicono cose che non si dicono agli altri.
-Allora tu conosci i segreti dei tuoi ammalati, papà.
-È proprio così.
-E non li rivelerai mai a nessuno?
-Mai. Sono tenuto al segreto professionale.
Dopo quella visita all'ambulatorio, Sergio ammirò ancora di più suo padre.
Un giorno l'uomo partì per partecipare a un convegno e Sergio ne approfittò per portare segretamente a scuola il suo stetoscopio. Sapeva benissimo come funzionava e voleva mostrarlo ai suoi compagni.
Quando lo tirò fuori dallo zaino durante l'intervallo, tutti gli si fecero intorno.
-Che cos'è?
-Come funziona?
-Adesso vi spiego. Uno di voi deve sollevare la maglia e mostrarmi prima le spalle nude, poi il petto.
-Io no.
-Nemmeno io, fa troppo freddo.
-La sollevo io - disse Giuseppe. - Aiutatemi.
Sergio posò sulla schiena di Giuseppe un dischetto di metallo e si infilò nelle orecchie le olive di vetro con le quali terminavano due tubi di gomma.
Poi disse a Giuseppe: -Respira. Devo sentire se i tuoi bronchi sono liberi e non hai il catarro.
-Che roba è?
-Poi ti spiego. Non parlare, respira
In quel momento entrò in classe il maestro.
-Che cosa state facendo? -chiese alla classe.
-Sergio vuole controllare se Giuseppe ha il catarro - gli rispose Miriam.
Il maestro chiese a Sergio di mettere via uno strumento tanto delicato e spiegò ai bambini a cosa serviva.
A Sergio disse: -Sono sicuro che un giorno sarai un buon medico.
-Ma forse non sarò mai bravo come mio papà.

Racconto 10°

NANDO E LA BICICLETTA IN PRESTITO

Nando era riuscito finalmente a farsi regalare una bicicletta al suo ottavo compleanno.
-È stato un bel sacrificio - gli disse suo padre. -Lo sai che non disponiamo di molto denaro.
-Lo so, papà.
-Ti piace?
-È bellissima.
Suo padre gli raccomandò di usarla, almeno nei primi tempi, soltanto in luoghi sicuri e tranquilli. Per esempio, a parco Sempione, che era a due passi da casa.
In verità Nando avrebbe voluto andare in bici anche a scuola. Ma non osò nemmeno accennare a questa possibilità con suo padre.
A mano a mano che diventava più sicuro di sé, tuttavia, ebbe il permesso di usare la bici anche nell'intrico di stradine a ridosso del condominio dove abitava. Ma non era possibile correre a grande velocità.
Questo poteva farlo soltanto al parco, dove c'erano ampi e lunghi sentieri adatti per delle corse a perdifiato. Soprattutto nelle ore in cui il parco era poco frequentato.
Un sabato pomeriggio Nando, tenendo la bici per mano, entrò nel parco verso le tre e andò a sedersi su una panchina per fare merenda, prima di montare sul sellino e abbandonarsi a una lunga corsa.
Quasi subito si avvicinò, come sbucato dal nulla, un ragazzino della sua età.
-Che bella! -esclamò, accarezzando il telaio e il manubrio della bici. -Quando è costata?
-Tanto - rispose Nando.
-Io non potrei mai permettermela.
-Mio padre ha fatto grandi sacrifici per comprarmela.
-Che velocità massima riesci a raggiungere?
-Non posso saperlo. Non ha mica il contachilometri.
-Ti andrebbe di fare una gara con me? Ho un cronometro.
E lo estrasse di tasca.
-Corri prima tu, poi io, e controlliamo chi impiega meno tempo ad arrivare a quell'albero laggiù e a tornare alla panchina. Mi piacerebbe proprio provare la tua bici. Dev'essere fantastico guidarla. Ma se non ti fidi…
Nando non l'aveva mai prestata a nessuno fino a quel momento. Ma negli occhi del ragazzino lesse un desiderio forte quanto era stato il suo prima che suo padre gliela comprasse. E decise di accontentarlo.
-D'accordo - disse. -Parto prima io.
Quando il ragazzino gli diede il via, e schiacciò il pulsante del cronometro, Nando partì veloce, pedalò con scioltezza sul sentiero di terra battuta, raggiunse l'albero e tornò alla panchina.
-Tre minuti e quaranta secondi - disse il ragazzino, dando il cronometro a Nando. - Forse riesco a fare meglio.
-Fai attenzione alla bici.
-Non preoccuparti. Non è la prima volta che ne inforco una.
Anche il ragazzino partì veloce. Ma al ritorno, anziché fermarsi davanti alla panchina, proseguì la corsa, uscì dal parco e si allontanò.
Nando rimase a bocca aperta, trattenne le lacrime, e attese per più di un quarto d'ora, sperando che tornasse a restituirgli la bici. Quando ebbe la certezza che era sparito per sempre, tornò smarrito e disperato a casa.
Il padre gli chiese: -Era la prima volta che gli parlavi?
-Sì. Sono stato uno stupido a farmi ingannare.
-Se non abita in questa zona, sarà difficile incontrarlo di nuovo. Mi dispiace, Nando. Prima o poi ne compreremo un'altra, magari di seconda mano.
Il giorno dopo Nando tornò al parco e andò a sedersi sulla stessa panchina. Non c'era nessuno in giro e si sentì molto solo. Stava per tornare a casa, quando vide entrare nel parco il ragazzino. Teneva per mano la sua bici e si dirigeva sorridendo verso di lui.
-Ti ho visto arrivare dalla finestra e sono venuto a portartela. Aveva i freni allentati - gli disse passandogli la bici. -Li ho fatti regolare da un amico e adesso funzionano perfettamente. Il mio amico dice che è una bici magnifica. Hai calcolato il mio tempo ieri? Sono stato più veloce di te?
Nando non gli rispose.
-Devo andare. Ho i compiti da finire e non sono tanto bravo a farli. Ah, io mi chiamo Chris. E tu?
-Nando.
-Magari ci si rivede, ok? Ah, mi restituisci il cronometro?
Chris uscì dal parco fischiettando e Nando tornò a casa continuando a provare i freni e ad accarezzare il manubrio della sua bici.

Racconto 11°

LINO SCENDE NELLA GRAVINA

Lino abitava in un paese della Puglia che si affacciava su un profondo burrone: la gravina.
Il fondo sembrava irraggiungibile. I bambini lo guardavamo dall'alto, provando le vertigini di chi si affaccia su un abisso.
Alcuni dei ragazzi più grandi si vantavano di avere raggiunto il punto più basso, quello dove si formavano dei laghetti d'acqua dopo la pioggia.
-Come avete fatto? - chiedevano i più piccoli.
-Siamo scesi afferrandoci agli spuntoni di roccia e ai cespugli.
-E non vi siete feriti alle mani?
-Non abbiamo paura di quattro graffi.
Quando Lino riferiva a sua madre questi racconti, lei gli diceva: -Non farti incantare dai più grandi. Sono solo dei bugiardi. Scendere in fondo alla gravina significa mettere in pericolo la propria vita. Non pensarci neanche.
Lino però credeva a quello che i più grandi gli raccontavano e avrebbe voluto fare come loro.
Perciò quando un giorno gli proposero: -Ci stai a venire con noi laggiù? Ti aiutiamo noi a scendere -si dimenticò degli ammonimenti di sua madre e rispose di sì.
Aveva dieci anni e i pomeriggi, soprattutto quelli estivi, li passava sempre fuori casa, a correre e a giocare nei prati.
La madre lo riteneva al sicuro con gli altri bambini e gli chiedeva di rientrare prima che il sole tramontasse.
Un pomeriggio Lino le disse:-Vado a giocare, torno più tardi.
Era la prima volta che le mentiva.
Raggiunse i ragazzi più grandi e si avviò con loro verso la gravina.
-Ti indicheremo noi dove mettere i piedi - gli dissero.
All'ultimo momento Lino avrebbe voluto ritirarsi, cercare una scusa per non seguirli.
Ma si vergognò. Inoltre, pensò che il giorno dopo avrebbe potuto vantarsi con gli altri bambini. Chissà con che occhi lo avrebbero guardato.
La discesa si fece subito difficile. Solo a tratti si poteva percorrere un sentierino che sembrava praticato apposta per andare giù.
La maggior parte del cammino consisteva nel saltare da una roccia all'altra o nell'afferrarsi a un arbusto per evitare di capitombolare in basso.
Quando furono a metà strada, Lino disse: -Sono stanco, mi gira la testa.
-Allora puoi tornartene su da solo. Noi abbiano deciso di arrivare al fondo.
Non ce l'avrebbe mai fatta a risalire da solo e, spaventato, disse: -Va bene, vi seguo.
Aveva le gambe graffiate, le mani ferite, ma riuscì a non lamentarsi.
E intanto pensava a sua madre, che lo credeva con gli altri bambini a fare le capriole nei prati.
Che cosa le avrebbe detto quando lo avrebbe visto entrare in casa con le gambe e le mani insanguinate?
-Pensavamo che non ce l'avresti fatta - gli disse Duilio quando arrivarono al fondo. -Sei un duro, va'.
Per fortuna la risalita fu più facile. I ragazzi conoscevano un percorso più semplice da seguire e rientrarono al paese senza correre rischi.
-Tua madre ti sta cercando - dissero a Lino gli altri bambini. -Vedrai come ti picchia quando ti trova.
La madre non lo picchiò. Lo tenne abbracciato a lungo, come se fosse tornato per miracolo dall'altro mondo, ma per tre giorni non lo fece uscire di casa.

Racconto 12°

SAMIR HA LA PELLE NERA

Samir aveva sei anni quando trovò il coraggio di chiedere ai suoi genitori: -Perché io ho la pelle nera e voi l'avete bianca?
Allora Mario e Luisa lo fecero sedere tra loro e gli raccontarono la sua storia.
-Prima di arrivare a casa nostra, hai fatto un lungo viaggio, Samir. Avevi tre anni e una donna ti aveva tenuto un po' in braccio, un po' per mano, prima di giungere sulla riva del mare.
Con lei avevi viaggiato di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, camminando sulla sabbia e sulle pietre.
Ti aveva cullato quando non riuscivi ad addormentarti, ti aveva dato da mangiare quando avevi fame, dissetato quando avevi le labbra screpolate, stretto al petto quando tremavi per il freddo.
Non era tua madre, ma si comportava come se lo fosse, perché in ogni donna c'è abbastanza amore per i suoi figli e per quelli degli altri in caso di necessità.
Coraggio, Samir, il viaggio è quasi alla fine, ti disse mentre cercava un posto per te e per sé su una barca affollata, che oscillava ancor prima di partire.
Quando arrivasti, la donna ti affidò a chi si prende cura dei bambini che non hanno un padre e una madre per avviarli sul cammino della vita.
Allora arrivammo noi e ci impegnammo ad accoglierti nella nostra casa come genitori adottivi. Ma sin dal primo momento sei stato il figlio che abbiamo sempre desiderato.
Samir guardò negli occhi Mario e guardò negli occhi Luisa. La storia che gli avevano raccontato un po' la conosceva già.
A volte, prima di addormentarsi, chiudeva gli occhi e vedeva paesaggi fantastici, sprazzi di albe e tramonti, notti stellate. Udiva voci tranquille e voci concitate, crepitii di legno secco, tonfi di onde rabbiose.
Adesso capiva meglio da dove arrivavano quei ricordi frammentati, quelle sensazioni che a volte lo agitavano e lo facevano rigirare nel letto.
-Io vi voglio bene - disse a Mario e a Luisa, posando la testa ora sull'omero dell'una ora su quello dell'altro.
-Te ne vogliamo tanto anche noi.
-Posso raccontare la mia storia anche agli altri, quando mi chiederanno perché io ho la pelle nera e voi la pelle bianca?
-Potrai raccontarla a chi vorrai. È una storia che ci ha reso felici.
-Perché mi chiamo Samir?
-Alla donna cui fosti affidato dissero che quello era il tuo nome. E noi abbiamo deciso che era giusto conservarlo. La tua storia è cominciata prima di incontrarci e va salvata tutta.
È giusto, pensò Samir. Un giorno, forse, si sarebbe messo in viaggio per cercare il punto dov'era cominciata.

Racconto 13°

BRUNO NON HA PAURA DEL BUIO

Bruno non aveva paura del buio.
Una volta, mentre si trovava con i suoi compagni nelle grotte di Toirano, tra stalattiti che pendevano come lance dalle volte e stalagmiti che si innalzavano come colonne dal terreno, all'improvviso si spensero le luci.
-Maestra, maestra, cos'è successo?
-Ho paura, ho paura.
-Perché si è spenta la luce?
-Calma, calma, adesso ritorna - ripeteva la guida.
In mezzo alle grida, ai lamenti, addirittura ai pianti, Bruno era rimasto tranquillo e silenzioso. Era la prima volta che si trovava circondato dal buio assoluto, immerso come in un mare di inchiostro.
Quando tornò la luce, si stropicciò gli occhi, come se tornasse da un viaggio fatto nel sonno.
-Mi dispiace -si scusò la guida. -Non era mai successo prima. È tutto a posto. Chi non ha avuto paura?
Bruno vide che nessuno alzava la mano e non l'alzò nemmeno lui.
Era stata una bella scoperta, quella del buio. Quando tornò a casa dalla gita e andò a coricarsi, chiuse la porta della sua camera, abbassò completamente le tapparelle e, a tentoni, si infilò nel letto.
Quindi aprì gli occhi. Il buio era quasi come quello che aveva sperimentato per alcuni istanti nella grotta.
Ad un tratto, mentre fissava il nulla, dal buio affiorò un ricordo.
Aveva cinque anni e mentre percorreva un sentiero di montagna con suo padre, nella valle di Gressoney, a un certo punto aveva visto la testa di una vipera rizzarsi tra due pietre.
-Guarda, papà, una biscia.
Il padre lo aveva preso in braccio e si era messo a correre.
Quando lo aveva deposto a terra e avevano ripreso a camminare, l'uomo gli aveva detto: -Non era una biscia, ma una vipera. E ti avrebbe fatto molto male, se ti avesse morso.
La vipera scomparve e dal buio si fece strada un altro ricordo.
Aveva sei anni. Era il suo primo giorno di scuola. La sua vicina di banco era una bambina dai capelli biondi e riccioluti. Teneva la testa bassa e fissava la superficie del banco.
Mentre il maestro leggeva una storia, Bruno l'aveva sfiorata con il gomito e le aveva chiesto: -Non ti piace la storia?
La bambina gli aveva risposto: -Sono triste.
-Perché?
-Perché stamattina mi ha accompagnato a scuola Ornella.
-Chi è?
-Un'amica della mamma.
-È cattiva?
-No, è brava. Ma io volevo che venisse mia mamma con me.
-Perché non è venuta?
-Perché non le hanno dato il permesso dove lavora. Tu con chi sei venuto a scuola?
Bruno stava per rispondere: con mia mamma. Ma cambiò in fretta la risposta e disse: -Con una vicina di casa. Mia mamma è raffreddata. Come ti chiami?
-Cristina.
-Io mi chiamo Bruno.
Cristina aveva abbozzato un sorriso e si era messa ad ascoltare la storia del maestro.
Da quella sera, il buio regalò a Bruno una messe infinita di ricordi prima che il sonno lo avvolgesse piano piano sotto le sue ali.

Racconto 14°

CRISTIANO VA A SCUOLA DA SOLO

Cristiano chiedeva da tempo a sua madre di lasciarlo andare a scuola da solo.
-Sei ancora piccolo - le ripeteva lei.
-Ho otto anni, due mesi e tre giorni.
-La strada è pericolosa.
-Attraverserò ai semafori e sulle strisce pedonali.
Alla fine, era riuscito a convincerla. Ma solo dopo aver avuto il sostegno di suo padre.
-La scuola non è lontana - aveva detto l'uomo alla moglie mentre cenavano. - E per il primo tratto di strada puoi osservarlo dal balcone.
-Non posso raggiungerlo al volo se sta per mettersi in pericolo -aveva insistito lei. Ma invano.
Quella mattina la madre fece a Cristiano le ultime raccomandazioni.
-Non ti distrarre…attento ai semafori…passa solo col verde…E se vedi la madre di un tuo compagno, unisciti a loro…
-Non ti preoccupare.
-All'uscita vengo a prenderti io, però. Il traffico a quell'ora impazzisce.
-Va bene. Ciao, io vado.
Cristiano baciò sua madre, scese le scale in fretta e uscì in strada.
Prima di svoltare l'angolo, le fece un cenno di saluto e andò ad appostarsi vicino al semaforo, in attesa che uscisse il verde per attraversare.
C'era un vero ingorgo e gli automobilisti schiacciavano il piede sull'acceleratore, impazienti di ripartire.
A un certo punto uno di loro abbassò il finestrino e gettò per terra l'involucro di una caramella.
Cristiano lo raccolse e, sporgendosi dal marciapiede, gli disse: -Le è caduto questo.
L'uomo lo guardò stupito e, dopo aver esitato qualche secondo, prese la cartina e chiuse il finestrino.
-Meno male che non ti ha maltrattato - disse una donna a Cristiano. - Hai fatto bene, bravo. Attento, sta per scattare il verde. Vuoi darmi la mano?
-No, so camminare da solo.
Attraversato l'incrocio, sul lato opposto c'era un negozio di giocattoli.
Cristiano si soffermò ad osservare i burattini di stoffa dietro la vetrina. C'era anche un Pinocchio di legno.
Poi passò davanti a un'edicola e lesse i titoli sulle locandine. Lo colpì uno che diceva: UN CAGNOLINO SALVA LA PADRONA DALL'ATTACCO DI UNA PANTERA FUGGITA DALLO ZOO.
Più avanti scorse un uomo che si accingeva ad attraversare la strada picchiando sul marciapiede con una lunga canna e tenendo alto lo sguardo.
Cristiano gli si avvicinò e gli chiese: -Non ci vedi?
-No. Sono davanti alle strisce pedonali?
-Le strisce sono un po' più in là, alla tua destra.
-Grazie.
-Dammi la mano, così attraversiamo insieme.
-Sei molto gentile. Come ti chiami?
-Cristiano.
-Io sono Francesco. Dove stai andando?
-A scuola.
-Quanti anni hai?
-Otto anni, due mesi e quattro giorni. E tu?
-Quarant'anni, undici mesi e trentuno giorni.
-Allora domani è il tuo compleanno.
-Proprio così.
-Auguri.
-Grazie.
Cristiano gli diede la mano e attraversarono la strada.
-Ciao, Francesco.
-Ciao, Cristiano. Buona giornata.
Per arrivare a scuola c'era ancora un pezzetto di strada da fare. Ma prima di affrettarsi, Cristiano si fermò a guardare gli operatori ecologici che rovesciavano i cassonetti dei rifiuti nel camion addetto alla raccolta.
-È già pieno? - chiese a uno dei due.
-No, abbiamo ancora due vie da fare prima di partire per la discarica.
-Io sto andando a scuola. Che ore sono?
-Le otto e trenta precise.
-Sono in ritardo. I miei compagni saranno già in classe. Devo scappare.
Cristiano si assestò lo zaino in spalla e si mise a correre.

Racconto 15°

CARLA ABBRACCIA GLI ALBERI

Sin da piccolissima, Carla aveva voluto conoscere i nomi di tutti gli alberi che incontrava: quelli che c'erano nel cortile della scuola, quelli che formavano un lungo viale sotto casa sua, quelli dei giardinetti dove giocava con le sue amiche, quelli del parco dove giovani e anziani andavano a correre, quelli dei boschi che circondavano la casa dei nonni in collina, quelli che si succedevano a vista d'occhio quando andava in montagna con il padre.
Chi le rispondeva: questo è un frassino, questo è un platano, questo è un tiglio, questa è un'acacia, questo è un cedro, questo è un cipresso, questo è un pruno, questo è un acero, questa è una betulla, questo è un abete, questo è un larice. E così via.
Carla aveva imparato a distinguerli tutti e si era proposta di fare il giro del mondo per conoscere personalmente gli alberi che coprivano il pianeta e che non aveva ancora incontrato: quelli delle foreste pluviali e quelli delle savane, quelli delle steppe e quelli delle taighe, quelli delle tundre e quelli dei deserti.
Avrebbe voluto abbracciarli tutti.
Intanto abbracciava quelli che c'erano nei posti che frequentava.
Quando andava ai giardinetti con la madre, abbracciava l'albero alla cui ombra si sedeva per farsi leggere una storia.
-Ciao, come stai? - gli chiedeva. -Sono tanti giorni che non piove. Hai sete? Se la pioggia non arriva presto, ti porto io da bere.
A un altro chiedeva: -Perché si sta screpolando la corteccia? Ti stai ammalando? Speriamo di no. Mi piaci tanto come sei.
E a un altro diceva: -Hai delle belle foglie. Ti dispiace se ne stacco una? Voglio metterla tra le pagine del libro che mi ha regalato il nonno al mio compleanno.
Mentre abbracciava l'albero e gli parlava, chi se ne accorgeva, le chiedeva: -Che fai? Parli con gli alberi?
-Sì.
-Roba da matti.
Ma Carla non ci badava. Abbracciava l'albero e lo sentiva palpitare sotto le sue mani.
Un giorno, quando in un parco Carla si trovò davanti al tronco possente di una farnia, disse alla madre: -Non ce la faccio ad abbracciarlo da sola. Vieni, abbracciamolo insieme.
Congiungendo le mani, riuscirono a malapena a circondare il tronco con il loro abbraccio.
Alcuni bambini, incuriositi, si avvicinarono per osservarli.
-Volete abbracciarlo anche voi? - chiese loro Carla.
I bambini erano molto piccoli e ce ne vollero cinque, più Carla, perché riuscissero a formare un cerchio capace di circondare l'albero.
Ogni volta che pioveva a scrosci, Carla osservava gli alberi che si piegavano sotto la sferza della pioggia. E quando la tempesta era passata, guardava con tristezza le foglie che si erano staccate dai rami ed erano cadute sull'asfalto.
Carla aveva sette anni quando, d'estate, andò in Puglia a trovare i nonni materni. E, per la prima volta, conobbe gli alberi d'ulivo secolari.
Vecchi, curvi, contorti, avevano la grazia dei centenari che resistono al tempo con tenacia e ostinazione.
-Come siete belli! -esclamava Carla, passeggiando nell'uliveto del nonno.
Alla fine, scelse un ulivo che aveva il tronco squarciato, e andò a rannicchiarsi in una cavità che la conteneva tutta.
Chiuse gli occhi, si addormentò e sognò tutti gli uomini e le donne, i bambini e le bambine che nel corso dei secoli avevano incontrato quell'ulivo in un momento della loro vita. Sognò gli inverni e le estati, gli autunni e le primavere che l'albero aveva affrontato sotto il sole e la pioggia, illuminato dai lampi e scosso dai tuoni.
Quando si svegliò, le sembrò di tornare da un viaggio che l'aveva fatta diventare più grande.

Racconto 16°

ROSETTA LA SECCHIONA

A Rosetta era sempre piaciuto andare a scuola. Bisogna dire che era stata anche fortunata. Brave le maestre, bravi i compagni. A parte un paio, Aldo e Romolo, che un po' la invidiavano, un po' non la sopportavano.
-Si può sapere perché studi tanto e perché se non prendi dieci in tutte le materie sei imbronciata? - le chiedeva Aldo al termine di una interrogazione.
-Fai fare brutta figura a tutti. Ti dovresti vergognare - le ripeteva Romolo.
-Io faccio solo quello che mi piace e non penso di fare dispetti a nessuno - rispondeva Rosetta, senza arrabbiarsi.
-A noi li fai.
-Studiate di più. Perché non facciamo una gara a chi prende i voti più alti?
-Ma stai zitta.
Era vero. Rosetta ci teneva a raggiungere ottimi risultati in italiano, storia, geografia, matematica e così via. Davanti ai nove e ai dieci che fioccavano sui suoi quaderni o sulla pagella, provava una immensa soddisfazione. Aveva lavorato sodo per ottenerli.
-Contento? - chiedeva a suo padre, squadernandogli quei voti sotto il naso.
-Prima di tutto devi essere contenta tu.
-Lo sono, eccome, papà!
Rosetta, tuttavia, manifestava la sua gioia soltanto in famiglia. Non si vantava mai né con i suoi compagni, né con nessun altro.
D'altra parte, perché vantarsi? Aveva una voglia di imparare che le veniva dalla testa e dal cuore.
E se qualcuno, per scherzo, la chiamava secchiona, alzava le spalle e non si curava di rispondere.
Tuttavia, Aldo continuava a stuzzicarla, Romolo provava a indispettirla.
-Scommetto che non giochi mai.
-Tu hai il cervello strano.
In realtà Rosetta giocava, andava a nuoto, correva nei parchi e organizzava in cortile i giochi dei bambini più piccoli che abitavano nel suo palazzo.
Gli anziani che prendevano il sole seduti sulle panchine, vedendola così attiva, le chiedevano: -Ma li fai i compiti? Quando trovi il tempo per studiare?
Rosetta annuiva, sorrideva e a volte si sedeva accanto ai più vecchi, per chiedere loro di raccontarle che cosa avevano imparato nella loro vita.

Racconto 17°

MAURO E IL FRATELLO GEMELLO

Mauro era nato pochi minuti prima di Sandro. Dunque, era il maggiore dei due. Ma era l'unica differenza tra lui e il fratello. Per il resto, guardando Sandro, era come vedersi riflesso in uno specchio.
-Mai visti due gemelli più uguali di questi -diceva la gente.
-Sono come due gocce d'acqua.
-Come fai a distinguere i tuoi figli, Marisa?
Mauro era ormai abituato alle osservazioni di chi incontrava lui e Sandro per la prima volta, e non ci faceva più caso.
Ma qualcosa cambiò quando lui e suo fratello compirono otto anni. Durante la festa di compleanno ci furono altre esclamazioni di meraviglia da parte di alcuni invitati, a proposito della loro assoluta identità. Tanto che a un certo punto Mauro fu sul punto di dire: -Ma smettetela, non siamo proprio uguali noi due. Io sono Mauro e lui è Sandro.
Ci pensò meglio quando andò a coricarsi. Lui e Sandro condividevano la stessa camera e chiacchieravano sempre un poco prima di addormentarsi.
-Ti è piaciuta la festa? - chiese al fratello quando furono a letto.
-Sì.
-Non è noioso sentirsi dire in continuazione quanto siamo uguali noi due?
-Io me ne infischio. Fai lo stesso anche tu.
-Ci proverò.
Mauro si voltò su un fianco e chiuse gli occhi. Ma non riuscì ad addormentarsi subito come le altre sere.
Nella testa cominciarono a ronzargli tanti pensieri.
Non era vero che lui e Sandro fossero perfettamente uguali. Sandro aveva un minuscolo neo accanto a una aletta del naso. Lui no. Inoltre, Sandro doveva mettere più volte il collirio, perché gli occhi si irritavano facilmente. Lui, al contrario, metteva le gocce nell'orecchio destro, perché se lo sentiva prudere.
Gli altri non sapevano che Sandro era bravo a risolvere i problemi, mentre lui, Mauro, scriveva delle storie che piacevano tanto alla maestra.
Sandro era un asso nel salto in lungo. Mauro, invece, era imprendibile nella corsa.
Dunque, perché non la smettevano di dire che lui e suo fratello erano come due gocce d'acqua? Gli altri non sapevano proprio nulla di loro due.
Non sapevano, per esempio, che Sandro, a volte, aveva delle crisi di panico.
Quando se ne accorgeva, Mauro lo abbracciava forte e gli diceva: -Adesso passa.
E infatti, grazie al suo abbraccio, la crisi passava.
Mauro, all'opposto, certe volte si sentiva malinconico e vuoto. Quando Sandro lo notava, gli prendeva una mano e la stringeva forte tra le sue. Allora Mauro sentiva come un fluido corrergli su per il braccio, fino ad arrivare al cuore, che riprendeva a battere forte.
Nessuno conosceva i loro segreti, tutti ignoravano i loro modi di rimettersi in marcia.
No, Mauro e Sandro non erano uguali. Uguale era soltanto l'affetto che li legava e la voglia di sostenersi a vicenda quando uno aveva bisogno dell'altro.

Racconto 18°

GAETANO, UNA GUIDA IN OSPEDALE

Gaetano tornava più volte l'anno in ospedale per curarsi. A nove anni era un esperto di corsie, medici, infermieri, attrezzature ospedaliere.
Nel reparto di pediatria conosceva tutti. Ma a volte incontrava un'infermiera nuova, o un giovane medico arrivato per fare pratica.
E anche con loro faceva subito amicizia.
-Ciao, Gaetano. È un piacere conoscerti. So che in questo ospedale sei famoso. Io mi chiamo Sergio e mi sono laureato da poco. Sono qui per imparare. Spero che mi aiuterai.
Quando arrivavano dei nuovi ricoverati, ci pensava Gaetano a fare gli onori.
-Questo è il reparto migliore dell'ospedale - diceva. -Ti troverai bene. I medici sono tutti specializzati. Fidati, li conosco uno per uno. Quanto alle infermiere, scherzano sempre. Una sa anche cantare. Ma quando devi fare delle iniezioni, chiedi di Monica. Con lei non senti niente. È come se ti facesse una carezza. Vieni, ti faccio vedere la saletta dove si può giocare e guardare la televisione.
In un'altra saletta del reparto era stata organizzata una piccola biblioteca. A Gaetano piaceva leggere e la frequentava soprattutto quando si sentiva un po' fiacco e camminava a fatica.
In quella biblioteca aveva portato alcuni dei suoi libri che aveva già letto.
A volte veniva una signora che leggeva ad alta voce in modo meraviglioso e Gaetano andava ad ascoltarla insieme agli altri bambini del reparto.
La signora si chiamava Adele e di mestiere faceva la maestra.
-Perché vieni a leggerci delle storie? - le chiese un giorno Gaetano.
-Perché mi piace. Con i miei alunni lo faccio tutti i giorni.
-Hai dei figli?
-Sì, due. Una femmina e un maschio. La prima ha sei anni, il secondo ne ha nove.
-Sono mai stati ricoverati in questo ospedale?
-Finora no. Ma un giorno potrebbe succedere.
Durante l'ultimo ricovero, Gaetano compì gli anni e le infermiere gli fecero ciascuna un regalo. Chi gli regalò un libro, chi una stilografica, chi un ciondolo a forma di chiave.
Questo fu un regalo di Serena, che gli disse: - Con questa chiave puoi aprire tutte le serrature che vuoi. Tranne quella del cuore. Per quella basta il sorriso che sfoderi ogni giorno. Ti vogliamo tutti bene, Gaetano. Buon compleanno e buona vita.

Racconto 19°

CATERINA E IL REGALO DI COMPLEANNO

-Posso invitare chi voglio alla mia festa di compleanno? - chiese Caterina alla madre.
-Certamente.
Caterina avrebbe compiuto sette anni tra due giorni e, dopo aver fatto merenda con pane e marmellata, corse ai giardinetti sotto casa.
Pietro, il bambino che aveva conosciuto quindici giorni prima, era già arrivato ed era seduto sulla solita panchina. Caterina si sedette al suo fianco e gli chiese: -Vuoi venire alla mia festa di compleanno?
-Non ho nulla da regalarti.
-Non fa niente. Ti piace la torta di pan di spagna con crema e panna?
-Non lo so, non l'ho mai mangiata.
-È molto buona, ti piacerà.
-Adesso devo andare.
-Ti ricordi dove abito?
-Sì.
-Allora ti aspetto dopodomani, alle cinque. Se qualcuno ti chiede chi sei, devi rispondere: sono l'amico di Caterina e ci siamo conosciuti ai giardinetti.
Due giorni dopo, quando ormai tutti i compagni di classe di Caterina erano arrivati con i loro regali, Pietro bussò alla porta.
Caterina corse ad aprire.
-Entra - gli disse - sto per spegnere le candeline.
Gli altri bambini lo guardarono perplessi e lo subissarono di domande.
-Chi sei?
-Come ti chiami?
-Che classe fai?
-È mio amico - rispose Caterina.
-Come mai non ti ha portato un regalo? - le chiese Loredana.
-Me l'ha già dato ieri.
-Ce lo fai vedere?
-Dopo.
-Lo vogliamo vedere adesso.
Caterina rifletté un momento, poi disse: -Vado a prenderlo.
Andò nella sua camera, aprì il cassetto della sua scrivania, rovistò senza fretta e trovò ciò che cercava: la spilla che sua nonna le aveva regalato al suo precedente compleanno. Era d'argento e aveva la forma di una C, la lettera iniziale del suo nome.
La prese, la strinse in una mano e tornò dai bambini che l'aspettavano.
-Ecco - disse. -Pietro mi ha regalato questa spilla.
La madre, che si accingeva a tagliare la torta, fece per aprire la bocca, ma tacque.
-Che bella!
-Come luccica!
Terminate le esclamazioni, Caterina disse: -Adesso mangiamo la torta.
Ogni invitato ne ebbe una bella fetta.
Anche Pietro ebbe la sua. Era più grande di quelle che avevano ricevuto gli altri, ma nessuno se ne accorse. A parte Caterina che ringraziò sua madre con gli occhi.
Mentre la mangiava piano piano, Caterina chiese a Pietro: -Com'è?
-Buona. Perché hai detto una bugia?
-Perché era il mio compleanno.
-Domani, quando vieni ai giardinetti, ti porto anch'io un regalo.
Il giorno dopo Pietro attese Caterina con un fiore di geranio in mano.
Quando glielo offrì, le chiese: -Ti piace?
-Sì, è molto bello.
-L'ho staccato dalla pianta che mia mamma innaffia tutte le mattine sul balcone.
-Appena torno a casa, lo metto in una brocca d'acqua, in modo che appassisca il più tardi possibile.
Pietro e Caterina tacquero e, insieme, guardarono il sole tramontare dietro i monti che abbracciavano la loro città.

Racconto 20°

LEONARDO, IL FIGLIO DELLO SCRITTORE

Il padre di Leonardo era uno scrittore. E tutti facevano i complimenti a Leonardo per questo.
-Che fortuna avere un padre scrittore - dicevano.
Quando Leonardo scriveva un bel testo, e il maestro lo leggeva alla classe, alcuni compagni borbottavano: -Gliel'ha suggerito suo padre.
-Ma se l'ho scritto a scuola! -si arrabbiava Leonardo.
-È lui che t'insegna i trucchi. Perché non li insegni anche a noi?
A Leonardo cascavano le braccia e non rispondeva. Suo padre non gli rivelava nessun trucco. Gli insegnava soltanto ad osservare con attenzione fatti e persone.
-Nessuno è come appare - gli ricordava. - Uno scrittore lo impara stando con gli altri, osservandoli quando ridono e quando piangono, quando sono felici e quando sono tristi. E fa loro tante domande. Se è bravo, ottiene tutte le risposte che cerca. Conosce emozioni che ignorava, ragionamenti e punti di vista che lo meravigliano.
È come se il mondo e la vita cambiassero sotto i suoi occhi.
Come fa a raccontare tutto ciò che ascolta e ciò che scopre? Ha bisogno di parole. Parole vecchie e parole nuove. Lo scrittore le sceglie con cura, ad una ad una. A volte gli sembra di avere trovato quella giusta. Ma poi si accorge che ce n'è un'altra più precisa per dire il sentimento che prova o la verità che ha scoperto o intuito.
Ecco che cosa gli raccontava suo padre. Leonardo lo ascoltava e ci rifletteva sopra.
In questo modo aveva imparato ad osservare con attenzione i suoi compagni di scuola.
Rifletteva su Roberto che invidiava Rosario, su Marina che si pettinava come Rossella, su Giulio che non sopportava di essere chiamato spilungone, su Francesca che piangeva per niente, su Mirella che quando si rivolgeva a qualcuno abbassava gli occhi.
Così cominciò ad inventare delle storie, i cui protagonisti erano loro. Un po' li raccontava com'erano, un po' ne alterava i caratteri.
Ma quelle storie non le faceva leggere a nessuno, tranne a suo padre, per chiedergli che cosa ne pensasse.
Il padre le leggeva, le commentava con lui, gli faceva osservare che una volta era stato troppo sintetico, una volta si era dilungato troppo. Ci voleva la giusta misura per tutto.
-Lo scrittore è un equilibrista -gli ripeteva.
Perciò quando Leonardo scriveva le sue storie, aveva l'impressione di camminare su una corda, rimanendo in bilico con l'aiuto delle parole.
Quando suo padre compì gli anni, Leonardo gli regalò un indovinello scritto da lui.

Può essere grande o piccolo, pesante o leggero. Non viaggia mai per conto suo, ma solo in compagnia di chi ce l'ha.
Può commuoverti o farti ridere, risponde a molte domande.
Teme l'acqua e il fuoco.

Cos'è, papà?
Suo padre si era arreso quasi subito. Ma Leonardo non gli aveva creduto. Era sicuro che avesse indovinato.
Comunque, disse: -È il libro, papà.
-Eh, già. Avrei dovuto capirlo.
Quel giorno Leonardo imparò che ci sono tanti modi per dire a qualcuno: ti voglio bene. Anche senza dirglielo.

Racconto 21°

LEONE INVENTA INDOVINELLI

Dopo che il padre gli ebbe spiegato l'indovinello che la sfinge proponeva ai viandanti che arrivavano a Tebe (Qual è l'animale che al mattino ha quattro zampe, a mezzogiorno due e alla sera tre? La risposta è l'uomo. Infatti, da bambino si trascina con mani e piedi, da adulto si muove con le due gambe e da vecchio si appoggia ad un bastone), Leone si mise a inventare indovinelli per conto suo.
Dapprima si fece aiutare da suo padre.
-Nell'indovinello le parole vanno prese in un senso diverso da quello che esprimono a prima vista - gli ricordava il padre. -Chi li inventa deve essere bravo a sviare chi deve risolverli, ma nello stesso tempo deve anche un po' aiutarlo.
Leone imparò abbastanza in fretta. Il primo indovinello che inventò fu questo.

Nasce la mattina, muore la sera. A volte si fa vedere, a volte no. Ma c'è sempre, anche quando non c'è.

Il giorno dopo lo propose ai suoi compagni di classe.
-Che cosa mi dai se lo risolvo? - gli chiese Martino.
-Niente - gli rispose Leone.
-Allora non ti dico la soluzione.
-Forse perché non la sai.
-La so ma non te la dico. A meno che non mi dai un pezzo della tua merenda.
-D'accordo.
-È il sole.
-È vero.
-Come fa a esserci anche quando non c'è? - chiese Sandro.
-Quando il cielo è nuvoloso non si vede, ma dietro le nuvole c'è.
Un altro giorno Leone provò ad inventarne uno più difficile e disse a Martino: -Se non lo risolvi, mi dai tu un pezzo di merenda oggi.
-D'accordo. Ma proponimi l'indovinello domani.
-Perché non oggi?
-Perché ho portato mezza tavoletta di cioccolata, non mi va di rischiare e voglio mangiarmela tutta io. Tu cosa hai portato oggi?
-La crostata di mirtilli che ha fatto mia madre.
Martino, che l'aveva già assaggiata, si leccò le labbra e disse: -Dai, sentiamo. Se indovino, la dividiamo in due. Se sbaglio, ti do tre quadretti di cioccolata.
-Facciamo quattro.
- E va bene.

Vanno sempre in coppia. Ma nessuno dei due è più veloce dell'altro. Anche se una volta è avanti uno, una volta l'altro.

Martino si arrese e Leone disse: -Sono i piedi. Quando cammini o corri, una volta è avanti uno, una volta l'altro, no?
Martino fu leale e gli diede i quattro quadretti di cioccolata promessi. Leone, tuttavia, gli diede ugualmente un pezzo di crostata.
Un altro giorno Leone ne inventò uno che propose a Sara.
-Che cosa vuoi se indovini? - le chiese Leone.
-Niente.

Allora ascolta: - Nasce, cresce e invecchia nello stesso posto. Ha tantissime figlie e ognuna è uguale all'altra. Queste dapprima vivono insieme, poi se ne vanno, chi prima chi dopo. Alla fine, il padre resta solo, in attesa di far nascere altre figlie.

Sara sorrise e disse: -Lo so.
-Non ci credo.
-È l'albero, vero? Le figlie sono le foglie, che cadono una dopo l'altra in autunno, finché l'albero rimane spoglio. Farà altre figlie, cioè altre foglie, in primavera.
-Brava.
-Vuoi venire a casa mia oggi pomeriggio?
-A fare che?
-Tu mi aiuti a fare i compiti di matematica, io ti aiuto a fare quelli di lingua.
-Ci sto.
Tornato a casa, Leone disse a suo padre: - Oggi ho capito a cosa servono gli indovinelli, papà.
-A cosa servono?
-A fare amicizia.

Racconto 22°

LAURA LA CURIOSA

Perché i ragni tessono la ragnatela? Perché l'aglio ha un odore disgustoso? Perché le foglie cadono? Perché i cani abbaiano e i gatti miagolano? Dove va la luna quando sparisce dal cielo? Perché la maestra a volte si mette le mani nei capelli? Perché il nonno ripete che non ci sono più le stagioni di una volta? Perché si piange anche quando si è contenti? Perché si suda quando si ha paura?
Queste erano solo alcune delle domande che Laura faceva a sé stessa e agli altri.
-Perché fai tante domande? - le chiedeva sua madre.
-Perché sono curiosa.
-A volte metti in imbarazzo le persone.
-Perché?
-Perché pretendi sempre una risposta.
-Le domande si fanno per questo, no?
Laura, che aveva otto anni, chiacchierava molto con suo padre. Soprattutto dopo cena, quando si sedeva al suo fianco sul divano.
Una sera gli disse: -Se tu mi dici che devo smettere di fare domande, smetto, papà.
-Non te lo dirò mai, Laura.
-Ma gli altri dicono che sono insopportabile. Perché?
-Perché rispondere alle domande spesso è difficile, perché si è stanchi, perché tutti hanno dei segreti che non vogliono confessare. Ne hai anche tu, no?
-Non so, non credo.
-Facciamo una prova?
-Facciamola.
-Perché metti gli orecchini soltanto quando vai a scuola?
Sorpresa dalla domanda, Laura non rispose.
-Non sei obbligata a rispondere - le disse suo padre.
-Come hai fatto ad accorgertene? - gli chiese Laura.
-Sono un attento osservatore.
Laura fu incerta se rispondere o no alla domanda di suo padre. In effetti, quello era un segreto che preferiva tenere per sé.
Ma alla fine disse: -Li metto perché piacciono a Nicolò.
-Posso chiederti chi è?
-Un mio compagno di classe che mi sta simpatico, e io sto simpatica a lui. Me l'ha bisbigliato in un orecchio mentre tornavamo in classe dal cortile, un giorno.
-Ti ringrazio per aver risposto alla mia domanda. Spero di non essere stato troppo indiscreto.
-Cosa vuol dire indiscreto?
-Si dice di chi vuol conoscere cose riservate e personali.
-Allora se io ti chiedo: -Ti sei stancato troppo oggi al lavoro? - sono indiscreta.
-Al contrario, Laura. Dimostri che mi vuoi bene e mi offri l'occasione per dirti che io te ne voglio anche di più.
-Perché si vuole bene ad alcuni e ad altri no, papà?
-Questa è una domanda un po' difficile. Stanotte ci penso e domani ti rispondo.
-Perché si dorme, papà?
-Forse per non fare domande.
-Ma io le faccio anche in sogno.

Racconto 23°

GAIA E LA NONNA BAMBINA

Finalmente i genitori di Gaia erano riusciti a convincere la nonna a venire a vivere con loro. L'avevano persuasa arredando una stanza su misura per lei, dove avrebbe potuto godere della libertà e dell'indipendenza alle quali teneva tanto.
Aveva resistito a lungo.
-A casa mia posso fare tutto quello che voglio, anche girare per le stanze di notte quando non riesco a prendere sonno.
-Potrai farlo anche a casa nostra - le aveva garantito il padre di Gaia.
-Non voglio disturbare nessuno.
-Non ci disturberai.
-E poi riesco a fare tutto da sola. Non ho bisogno di altri.
Ma questo non poté più dirlo quando cadde, si ruppe un femore e in ospedale le dissero che in futuro avrebbe dovuto fare uso di un paio di stampelle o, meglio, di una sedia a rotelle.
La nonna dapprima pianse di rabbia, poi, siccome era pratica e intelligente, si rassegnò e andò a vivere con i genitori di Gaia.
-Il giorno in cui diventerò un peso eccessivo per voi, me ne accorgerò da sola - disse entrando in casa. -Allora mandatemi pure a una casa per anziani. La mia pensione basterà a pagare le spese, immagino.
-Tu non andrai da nessuna parte - le disse il figlio. -Questa sarà casa tua per sempre.
Nonna Clorinda era l'unica nonna che Gaia avesse e Gaia andava a trovarla spesso a casa sua quando viveva da sola. La nonna l'ascoltava, le dava dei consigli quando richiesta, preparava sempre delle ottime torte per la nipote.
-Adesso che abiti con noi, potremo parlarci tutti i giorni - le disse Gaia, mentre l'aiutava a sistemare nella camera le cose che si era portata da casa: foto, quadretti, un cestino da lavoro, perché alla nonna piaceva ancora sferruzzare, anche se doveva mettere gli occhiali per farlo. E un bel po' di libri. Nonna Clorinda era una accanita lettrice e qualche volta aveva prestato a Gaia alcuni dei libri amati nella sua infanzia.
-Forse non ti piaceranno - l'aveva avvertita.
Ma Gaia era incuriosita da quei vecchi libri per ragazze e li leggeva con interesse.
Quando li commentava con la nonna, convenivano insieme che i tempi erano davvero cambiati da quando la nonna, ora molto vecchia, era stata bambina.
-Ma io sono stata fortunata - aveva detto la nonna a Gaia. -Mia madre, la tua bisnonna, mi disse che ero padrona del mio destino e che avrebbe assecondato i miei sogni. Perciò mi permise di studiare e di frequentare l'università. Così diventai professoressa di latino e greco e insegnai per tanti anni.
-Che bambina sei stata, nonna? Hai dato dei grattacapi ai tuoi genitori da piccola?
-Sì, perché riempivo la loro testa con le mie domande. E loro non mi chiudevano mai la bocca. Ecco perché credo di essere stata una buona insegnante. Avevo imparato dai miei genitori ad ascoltare i miei alunni e li incoraggiavo a dire quello che pensavano e a sfidare i luoghi comuni.
Con la nonna in casa, Gaia cambiò un po' le sue abitudini. Le riferiva com'erano le sue giornate a scuola, l'accompagnava ai giardinetti spingendo la sedia a rotelle, si faceva raccontare i segreti che non aveva mai rivelato a nessuno.
Gaia l'ascoltava mentre osservava le rughe che le segnavano il volto, la fronte e le mani. A Gaia piaceva accarezzarle perché le permettevano di viaggiare a ritroso in un tempo che non aveva conosciuto.

Racconto 24°

RENATO SI NASCONDE

A Renato piaceva molto giocare a nascondino. Perciò non vedeva l'ora di andare a trovare i nonni in campagna, dove i luoghi per nascondersi erano tanti: il solaio, la stalla, l'orto, il capannone degli attrezzi del nonno, per non parlare del bosco, dove sparire era una pacchia, per chi sapeva poi uscirne.
E Renato era bravo anche in questo: non si perdeva mai. Perciò si divertiva a sentirsi chiamare più volte da sua madre, prima con voce tranquilla, poi con voce irritata.
-Arrivo, arrivo, eccomi - rispondeva finalmente Renato.
-Perché mi fai preoccupare? - gli chiedeva la madre.
-Conosco il bosco alla perfezione.
-E se ti smarrisci un giorno?
-Verrete a cercarmi, no?
In città nascondersi non era facile. Tutti ti guardavano, tutti sapevano dov'eri, pensava Renato. Specialmente nella periferia dove abitava, senza giardini, senza parchi, senza alberi.
Un giorno Renato decise di andare a nascondersi in cantina.
-Vado a giocare in cortile - disse a sua madre.
Invece prese la chiave con la quale si accedeva alle cantine e quella che apriva il locale disadorno nel quale suo padre riponeva tanta roba, oltre alle statuine del presepe e all'albero di Natale.
Aprì, accostò la porta fino a farla sembrare chiusa e andò a sedersi su una vecchia sedia impagliata finita chissà quando laggiù.
Dalla finestrella a livello della strada entrava abbastanza luce. Agli angoli delle pareti oscillavano grandi ragnatele. Faceva freddo, e l'umidità penetrava gelida sotto la maglietta.
Renato diede un'occhiata in giro. Una valigia sfondata, alcune scope, un paio di scarpe scalcagnate, un armadietto a vista con dei piatti sbreccati, una cassetta di attrezzi cui suo padre ricorreva quando faceva delle riparazioni, un ombrello con le bacchette piegate, un secchio di calce, un mucchio di piastrelle uguali a quelle che rivestivano una parete della cucina e tanta altra roba vecchia e inutile.
A un certo punto Renato sentì avanzare qualcuno lungo il corridoio sul quale si affacciavano le cantine, e si irrigidì.
Poi udì un dialogo a due voci.
-Sei sicuro che convenga tenere il formaggio quaggiù? E se arrivano i topi?
-Hanno già fatto la disinfestazione.
Una cantina fu aperta e richiusa.
Poi altre due voci.
-Che peccato mettere i libri quaggiù.
-In casa non c'è più posto.
-Prenderanno umidità e si rovineranno.
-Allora cosa vuoi fare?
-Preferisco regalarli. Torniamo sopra. Domani li porto a scuola.
Quel giorno Renato udì molte conversazioni dal suo nascondiglio.
Quando cominciò a rabbrividire, uscì, diede alcune mandate alla porta di metallo e rientrò in casa.
-Ma dov'eri finito? - gli chiese sua madre. -Ti ho chiamato più volte e stavo per scendere in cortile a cercarti.
Renato non rispose e ripensò alle storie che aveva ascoltato. Era stato come entrare di nascosto nelle vite degli altri.
Forse sarebbe sceso di nuovo in quel luogo freddo e solitario dove la gente accantonava qualcosa di sé.
E lui cosa avrebbe portato laggiù un giorno?

Racconto 25°

LE PASSEGGIATE DI MARINA

Ogni sabato pomeriggio Marina e suo padre andavano a fare una passeggiata nel centro di Torino.
-Almeno un pomeriggio alla settimana voglio dedicarlo tutto a mia figlia - diceva l'uomo.
Prendevano l'autobus, scendevano vicino a Piazza Castello e percorrevano i portici di via Roma, fino ad arrivare alla stazione di Porta Nuova.
Oppure decidevano di passeggiare sotto i portici di via Po, fino in piazza Vittorio Veneto. Osservavano il Po, contemplavano la collina e la basilica di Superga e a volte sostavano nel parco del Valentino.
-Grazie per queste passeggiate, papà.
-Fanno bene anche a me, dopo una settimana di lavoro.
Nel corso delle ultime passeggiate, Marina aveva incontrato un senzatetto che si era stabilito sotto i portici con un piccolo Jack Russell Terrier, un cane che a Marina piaceva molto.
Marina chiedeva a suo padre di darle un euro e lo depositava nella ciotola di legno, accanto al muso del Jack Russell, che la fissava scodinzolando.
Un sabato chiese a suo padre il permesso di parlare all'uomo seduto con le gambe incrociate su un pezzo di cartone.
Depositò il suo euro nella ciotola e quando l'uomo la ringraziò con un cenno della testa, Marina gli chiese: -Come ti chiami?
-Giovanni Domenico.
-Perché hai due nomi?
-Sono quelli dei miei due nonni. I miei genitori non vollero fare un torto a nessuno quando nacqui.
-Anche il cane ha un nome?
-Naturalmente. Si chiama Bingo.
-Da quando ce l'hai?
-Da quando è nato. Me lo regalarono che aveva solo pochi giorni. Mi dissero che se non l'avessi preso io, se ne sarebbero sbarazzati. Ci facciamo buona compagnia.
-Sei vecchio?
-Abbastanza.
-Non ce l'hai una casa?
-Non ce l'ho da molti anni.
-E dove dormi la sera?
-Quando fa caldo sotto i portici, quando fa freddo in un centro di ricovero per senzacasa.
A quel punto il padre disse a Marina: -Non disturbiamo più il signore.
-Nessun disturbo - disse l'uomo. -È la prima che mi parla.
Poi chiese alla bambina: -Tu come ti chiami?
-Marina.
Prima di salutarlo e continuare la passeggiata, Marina gli chiese: -Perché non vieni a pranzare a casa nostra un giorno? Una volta al mese, il sabato, io posso invitare chi voglio.
L'uomo guardò prima Marina, poi suo padre, infine rispose: - Non posso, non ho il vestito adatto.
-Nessun problema - disse il padre di Marina. -Se mi permette, gliene regalo uno io.
-Hai sentito? - disse Marina all'uomo.
-Ci devo pensare. Non saprei a chi lasciare il cane.
-Non devi lasciarlo a nessuno. Lo puoi portare con te. Ci sarà da mangiare anche per lui.
-A volte abbaia.
-È un cane, no?
-Vi do una risposta sabato prossimo.
Marina si chinò ad accarezzare il Jack Russell, e il cane le leccò la mano.

Racconto 26°

DAL CAMPO ALLA SCUOLA CON EMILIANO

-Vado, mamma.
-Attento alla strada, Emiliano.
-Non ti preoccupare.
Per arrivare a scuola in orario, Emiliano doveva fare molta strada. Il campo era quasi alla periferia della città e la scuola più vicina distava un chilometro e mezzo.
Ma Emiliano si assestava lo zaino in spalla e si avviava di buon passo tutte le mattine. Suo cugino Luca trovava sempre delle scuse per non accompagnarlo.
-È troppo lontano…sono stanco…ho la febbre…i pantaloni non sono puliti…gli altri mi prendono in giro…
-Se continui a fare assenze, non ti promuoveranno - gli ricordava Emiliano.
-Vuol dire che ripeterò l'anno. E poi tra qualche mese forse ci trasferiamo in un'altra città.
Ma non era vero.
I genitori di Luca erano molto indulgenti con il figlio, e si accontentavano di tutti i pretesti che lui escogitava per bighellonare nel campo e non andare a scuola.
A Emiliano, invece, andare a scuola piaceva. Imparava tutto in fretta. Anche a leggere era stato uno dei primi. A dire la verità, aveva imparato quasi da solo, sfogliando i vecchi giornali sparsi nel campo.
A scuola andava volentieri anche perché la maestra Anna gli voleva proprio bene. Quando si era resa conto che Emiliano si appassionava alle storie che lei leggeva in classe tutte le mattine, aveva cominciato a regalargli i libri che suo figlio, ormai grande, non leggeva più.
Emiliano se li portava al campo e li leggeva dopo cena. Poi li raccontava alla madre, che non aveva mai imparato a leggere e che lo ascoltava trattenendo le lacrime dalla commozione.
-Spero che un giorno abiterai in una vera casa -diceva al figlio -che avrai una stanza tutta per te e non dovrai più lavarti alla fontanella.
Anche a Emiliano sarebbe piaciuto. Ma intanto faceva i compiti seduto sui gradini della roulotte dove abitava, distratto ora da un gatto randagio che si intrufolava nel campo in cerca di cibo, ora da un topo che lo osservava a distanza facendo vibrare i baffi.
Vedendolo andare a scuola con tanto impegno e studiare con tanta costanza, un giorno il responsabile del campo chiese a Emiliano: -Di' un po', non vuoi essere più dei nostri? Ti vergogni di noi?
No, Emiliano non si vergognava di nessuno. Nel campo era nato e cresciuto e si trovava bene.
Ma una sera, aveva otto anni, quando era uscito dalla roulotte per fare una passeggiatina prima di andare a dormire, aveva alzato lo sguardo al cielo ed era rimasto incantato dalla profusione di stelle sulla sua testa.
Allora il campo gli era sembrato troppo angusto per i sogni per i quali aveva cominciato a battere il suo cuore e aveva aperto la mente a pensieri più grandi.

Racconto 27°

DINO CONSIGLIERE E BABYSITTER

Dino era figlio unico.
-E tale resterai, almeno per un po' - gli disse un giorno sua madre, in risposta alla sua richiesta di dargli un fratello, prima o poi.
-Perché?
-Perché allevare figli costa, Dino. E io e tuo papà, al momento, non possiamo permetterci di averne un altro. Non sei contento di avere soltanto per te le nostre attenzioni?
No, Dino non era contento. Voleva che ci fosse un altro bambino in casa. Ma anche una sorella sarebbe andata bene. Adesso aveva otto anni e ci avrebbe pensato lui a guidare o l'uno o l'altra come si deve.
Quando sua zia Domitilla partorì Ubaldino, Dino andò subito a trovarla in ospedale.
-Ti piace? - gli chiese la zia.
Dino osservò il faccino rosso e tutto grinze di Ubaldino e rispose: -Ha pochi capelli.
-Gli cresceranno.
-Posso prenderlo in braccio?
-Quando torno a casa.
Dino cominciò a fare visita alla zia tutti i giorni, all'uscita da scuola.
Mentre la zia sfaccendava, si metteva accanto alla culla di Ubaldino, e osservava il piccolo che protendeva le mani, emetteva piccoli grugniti o sgambettava come se fosse impaziente di mettersi in piedi.
-Hai fame? Hai sonno? Sei sporco? - gli chiedeva Dino.
A volte, senza dirlo alla zia, lo sollevava dalla culla e lo stringeva forte al petto, per timore che gli scivolasse dalle braccia. Quando la stretta diventava troppo intensa, Ubaldino contraeva il viso e cominciava a piangere.
Allora Dino lo posava nuovamente nella culla e alla zia che gli chiedeva: -Cos'è successo? - rispondeva: - Si è morso un dito.
A Ubaldino invece diceva: -Non devi piangere per così poco. Altrimenti ti prenderanno in giro, come facevano con me quando mi arrabbiavo per niente all'asilo. Siccome ero figlio unico, dicevano che ero un bambino viziato e capriccioso. Ma non era vero. Io non ho mai fatto dispetti a nessuno e non volevo tutto per me. Comunque, alla fine mi sono tappato le orecchie e non ho dato più retta a nessuno. Se succede anche a te, devi reagire come ho fatto io.
Ubaldino ascoltava i discorsi che Dino gli rivolgeva e, sbattendo le palpebre, sembrava rassicurarlo: da grande avrebbe seguito i suoi consigli, poteva esserne certo.
-Perché vuoi così bene al mio Ubaldino? -chiese la zia a Dino, mentre cambiava il pannolino al figlio.
-Deve imparare tante cose e mi piace insegnargliene alcune.
-Non è un po' presto?
-Secondo me capisce tutto.
-Sei un perfetto babysitter, Dino.
-Lo farei anche con mio fratello, se ne avessi uno.
-Chissà che i tuoi genitori non decidano di allargare la famiglia prima o poi.
Dino non ci contava più, ormai. Ma anche se tra qualche anno fosse arrivato un nuovo fratello, lui sarebbe stato troppo grande per trattarlo da uguale e da complice, come faceva con Ubaldino.

Racconto 28°

DANILO - QUI - COMANDO - IO

Quando gli dicevano: "Sei un bulletto", Danilo provava dei sentimenti diversi.
Un po' si sentiva fiero e diceva: "Io comando, gli altri ubbidiscono".
Un po' provava dell'irritazione, soprattutto quando erano gli adulti a rimproverarlo.
Come la mamma di Giacomo, che gli diceva: "La smetti di prendertela sempre con mio figlio? Guarda che vengo a casa tua a parlarne con tua madre".
"E vieni" la sfidava Danilo sottovoce.
In realtà aveva paura che la mamma di Giacomo un giorno si presentasse all'uscio di casa e si lamentasse con sua madre delle prepotenze del figlio. O che sollevasse il telefono e la chiamasse all'ora di cena, quando era sicura di trovarla.
La madre di Danilo, infatti, faceva vari lavori fuori casa. Puliva uno studio medico, lavava le scale di alcuni condomini, teneva compagnia per un paio d'ore ad un'anziana che viveva sola.
Perciò Danilo la vedeva per lo più dall'ora di cena in avanti. Era arrabbiato per questo, ma non glielo diceva.
E così, quando andava a scuola, si sfogava con i suoi compagni più remissivi.
"Tu non puoi giocare a calcio. Sei una schiappa".
"A mensa pulisci il tavolo al posto mio. Se non lo fai, ti svuoto lo zaino nel corridoio".
"O mi fai copiare il problema o ti sporco di colla le tasche del giubbotto".
Quasi tutti sottostavano agli ordini di Danilo. Aveva la voce grossa, era robusto e negli occhi, quando era proprio arrabbiato, si accendeva una luce minacciosa.
Un giorno arrivò un bambino nuovo in classe. Era piccolo e magro ed entrò nell'aula sfoggiando un gran sorriso.
Durante l'intervallo Danilo lo prese da parte e gli disse. "In questa classe comando io e tu devi ubbidire ai miei ordini, oppure…"
Il bambino, che si chiamava Giuseppe, sorrise a Danilo e gli disse: "Anche a me piace scherzare. Vuoi che ti racconti una storia?"
"Forse non hai capito quello che ho detto".
"Non stavi scherzando?"
"No".
"Ti racconto lo stesso la storia. Scommetto che ti faccio ridere".
A Danilo lampeggiarono gli occhi, ma Giuseppe non ci badò e cominciò a raccontare la storia di un bambino che non aveva paura di nessuno. Nemmeno di quelli che volevano comandare e davano ordini agli altri.
La storia piacque molto agli altri bambini, che la ripeterono più volte.
E da quel giorno, di colpo, non ebbero più paura di Danilo.

Racconto 29°

ANTONIA E IL MONDO NELL'EDICOLA

Il padre di Antonia si chiamava Eros e aveva la sua edicola proprio sotto casa.
Quando tornava dal negozio, aveva sempre le mani sporche di inchiostro.
-Perché non indossi un paio di guanti? - gli chiedeva Antonia, quando lo sentiva lamentarsi perché non riusciva a rimuovere del tutto quel nero che si attaccava alla pelle.
-Ci ho provato, ma non riesco a maneggiare bene i giornali e i soldi.
Antonia non era mai andata nell'edicola del padre. Ma quando arrivarono le vacanze di Natale, disse: -Papà, voglio passare un po' di tempo nell'edicola con te, per vedere com'è davvero il tuo lavoro.
-Io mi alzo alle cinque, per aspettare la consegna dei giornali, lo sai.
-Verrò alle sette, dopo aver fatto colazione.
Il primo giorno, Antonia arrivò addirittura in anticipo.
I giornali erano giunti in ritardo e suo padre si affannava a separarli in mucchi distinti.
Intanto entravano i clienti frettolosi che dovevano prendere il treno per andare al lavoro, i pensionati che per abitudine erano i più mattinieri, quelli che non potevano cominciare la giornata se prima non leggevano le notizie fresche di stampa.
-Eros, il mio giornale.
-Eccolo, signor Destefanis.
-Eros, ti vedo in affanno stamattina.
-Per forza, sono saltati tutti gli orari.
-Eros, il treno mi parte tra poco.
-Un secondo e trovo la sua copia. Paghi alla bambina.
Antonia cominciò a dare il resto su indicazioni del padre.
-Il signore paga tre euro e cinquanta…la signora 5 euro e sessanta.
Alcuni clienti, infatti, oltre alla copia di un quotidiano, acquistavano chi un settimanale di enigmistica, chi una rivista di cucito, chi un mensile di musica. C'era poi chi pescava un giallo da una rastrelliera, chi sceglieva un DVD, chi un volume di ricette.
Antonia osservava con attenzione tutte le persone che entravano nell'edicola, si servivano, pagavano e uscivano per andare a sbrigare le loro faccende.
E i bambini?
Cominciarono ad arrivare intorno alle dieci. O da soli, o accompagnati da un genitore, una zia, un nonno.
-Voglio dieci pacchetti di quelle figurine - disse un bambino di forse sette anni, rivolgendosi direttamente ad Antonia.
-Sono troppi - disse la donna che lo accompagnava.
-Me l'hai promesso, mamma.
-Cinque bastano, Lorenzo.
Antonia allargò le braccia e fece capire al bambino che lei doveva eseguire gli ordini della madre. Era lei che pagava.
-Ma scelgo io i pacchetti.
Il bambino li tastò uno per uno, li intascò, la madre pagò e andarono via.
Più tardi ne arrivò un altro e comprò un giornalino.
Il padre di Antonio lo conosceva e gli chiese. -Come stai, Raimondo?
-Il raffreddore mi è quasi passato.
-Meglio così.
In un momento di pausa, Antonia chiese a suo padre: -Quante persone conosci, papà?
-Tante. Alcune sono clienti fissi, altre sono acquirenti occasionali. Qualcuno entra ed esce come il vento, qualcuno si ferma a fare due chiacchiere, se non c'è gente. Sei stanca?
-Solo un po'. Anch'io ho le mani nere come le tue.
-Domani resta a dormire e goditi le tue vacanze.
-Invece verrò di nuovo. Mi piace conoscere il mondo, papà.

Racconto 30°

FRANCESCO DISEGNA L'ANIMA DELLE PERSONE

Francesco aveva cominciato a disegnare molto presto. Già a tre anni maneggiava con sicurezza matita e pennarelli e sui fogli che sua madre gli metteva a disposizione riproduceva oggetti di casa, alberi, animali, persone, paesaggi.
La madre raccoglieva i disegni del figlio, li guardava con ammirazione e diceva: -Francesco, un giorno diventerai un disegnatore o un pittore famoso.
Francesco, tuttavia, non faceva la copia fotografica di ciò che osservava.
Se disegnava l'acero che si trovava ai giardinetti, chi lo guardava aveva l'impressione di ascoltare il fruscio delle foglie che oscillavano al vento.
Se disegnava il gatto della vicina uscito sul balcone, negli occhi dell'animale si poteva leggere da un lato la curiosità, dall'altro l'esitazione di chi si affaccia nel vuoto per guardare in cortile.
-Ne hai colto l'anima - diceva la madre a Francesco.
Un giorno disse al figlio: -Non mi hai mai ritratta. Perché non ci provi un giorno?
Francesco ci provò subito. E quando consegnò il disegno alla madre, la donna rabbrividì.
Nel disegno c'era lei con le sue preoccupazioni e le sue ansie. C'era il suo amore per il figlio e quello per il marito. E c'erano i sogni dei quali a volte parlava a Francesco.
-Certe volte mi sembra di essere ancora una bambina - diceva al figlio - perché mi tornano in mente i desideri che coltivavo da piccola. Vuoi che ti racconti quali erano?
-Sì.
Francesco non li aveva mai dimenticati e nel disegno del viso di sua madre sembravano affiorare tutti.
-Francesco, credevo che nessuno potesse leggermi dentro come hai fatto tu - disse la donna al figlio.
Allora Francesco pensò di ritrarre anche suo padre.
Una sera, dopo cena, si munì di foglio e matita e, mentre l'uomo leggeva il giornale sul divano, cominciò a disegnarne il volto e lo sguardo concentrato sulle pagine.
-Ti piace? - gli chiese mostrandogli il disegno concluso.
Il padre guardò l'altro sé stesso che lo fissava dal foglio e tacque a lungo. Tanto che Francesco ebbe il tempo di leggere i suoi pensieri.
Quelli dei quali a volte gli parlava. Un po' riguardavano il suo lavoro, un po' il progetto di cambiare casa adesso che stava per nascere un nuovo fratello per Francesco.
Francesco era orgoglioso di suo padre. Non alzava mai la voce con sua madre, l'aiutava a tener pulito il piccolo alloggio nel quale abitavano e raccontava a Francesco che si era sposato per amore.
Inoltre, trovava sempre il tempo di interessarsi alle cose di scuola del figlio e gli diceva che ai sogni bisogna credere anche quando sembra che stiano per frantumarsi.
Francesco aveva riprodotto tutto questo nel disegno di suo padre, ed era stato anche un modo per ringraziarlo di essere così com'era.

Racconto 31°

LE CAREZZE DI GIULIA

A casa tutti facevano carezze a Giulia: sua mamma, suo papà, sua sorella Elena, che aveva dodici anni, cinque più di Giulia.
-Sei la mia sorella preferita - ricordava Elena a Giulia.
-Sono l'unica che hai - le faceva notare Giulia.
-Appunto, non ne vorrei una diversa.
-Elena, perché miei occhi non sono come i tuoi?
-Ciascuno, quando nasce, riceve un regalo diverso dalla vita. I tuoi occhi sono come quelli di una cinesina. Vieni, voglio accarezzarti.
Ricevendo tante carezze, Giulia aveva voglia di darne a sua volta quando andava a scuola: al suo maestro, a Rossana, la maestra speciale con la quale imparava a leggere, e ai suoi compagni.
Quando ne vedeva uno un po' triste o arrabbiato, Giulia correva a fargli una carezza.
Quasi tutti la ringraziavano.
-Grazie, Giulia, mi hai fatto stare meglio, più tardi ti do un po' della mia merenda.
-Hai portato di nuovo la crostata di tua nonna?
-Sì, quella con le fragole.
-Mm, mi piace tanto.
Soltanto Mimmo non amava ricevere carezze da Giulia.
-Non voglio che mi tocchi - le diceva scostando la faccia.
-Perché?
-Perché mia mamma non vuole.
-Ma tu, vuoi?
-Non lo so.
Un giorno Mimmo si ferì a un ginocchio, in cortile. Era caduto su un coccio di bottiglia e dalla ferita usciva molto sangue. Mimmo guardava tutto quel rosso, tremava e a un certo punto scoppiò a piangere.
Ma Rossana, che era accorsa, disse a Giulia: - Accompagniamo Mimmo in infermeria. Dobbiamo farlo guarire prima che finiscano tutte le sue lacrime.
In infermeria, Mimmo si sedette su una sedia di metallo bianco e Rossana tirò fuori ovatta, garza, alcol e cerotti da un armadietto a vetri.
Giulia si mise di fianco a Mimmo e gli chiese: -Ti fa male?
-Sì… Forse sto per morire…Voglio la mamma.
-Non morirai. È successo anche a me, una volta.
-Davvero?
-Sì, e mi hanno medicato proprio come sta facendo Rossana con te. Ma mi hanno fatto anche un'altra cosa.
-Che cosa?
-Mi hanno fatto tante carezze. Così sono guarita prima. Vuoi che te ne faccia qualcuna io?
Mimmo guardò Giulia e non rispose.
Ma quando Giulia comincio ad accarezzarlo sui capelli, sulla fronte e sulle guance, chiuse gli occhi e non scostò la testa come aveva fatto fino allora.
-Ecco fatto - disse Rossana a Mimmo quando ebbe incerottato la ferita. -Meno male che ho pensato di far venire Giulia con noi. Le sue carezze non ti hanno fatto sentire il bruciore dell'alcol.
Giulia, soddisfatta, diede la mano a Mimmo e tornarono lentamente in cortile.

Racconto 32°

SUSANNA E LA TELEFONATA PER ERRORE

Tutte le mattine, dopo colazione, Susanna telefonava alla nonna per chiederle come stava, se avesse passato bene la notte, se fosse riuscita a vestirsi da sola eccetera.
Anche quel sabato mattina la chiamò alla solita ora.
Digitò il numero, e quando sentì il clic del ricevitore che veniva sollevato, tutta allegra gridò: -Ciao, nonna. Come stai? Hai dormito bene? Vuoi che passi da te più tardi? Ieri ho dato un'occhiata in frigo e ho visto che non avevi più latte.
-Ciao, chi sei?
La vocina che aveva risposto alla sua sfilza di domande, fece ammutolire Susanna.
Quando si fu ripresa dallo stupore, chiese: -Nonna, non sei tu?
-Io mi chiamo Lucia. Sono una bambina e ho sei anni.
-Allora ho sbagliato numero. Scusa, mi dispiace, ciao.
-No, non riattaccare. Parliamo un po'. Tu come ti chiami?
-Susanna.
-Quanti anni hai?
-Nove.
-Sei felice?
-Certe volte sì, certe volte no.
-Io mai.
-Perché?
-Non lo so.
-Chi c'è con te in casa?
-Nessuno.
-Possibile? Sono soltanto le otto ed è sabato. Dove sono i tuoi genitori?
-Io vivo sola con papà, che adesso è al lavoro, come tutti i giorni.
-Quando torna?
-A mezzogiorno, in tempo per cucinare.
-Vuoi bene a tuo papà?
-Sì, e lui ne vuole a me. Ma da quando la mamma non c'è più, è sempre triste.
-Non hai degli amici da invitare a casa?
-No. I miei compagni di scuola non vengono mai a trovarmi. Dicono che con me non si divertono. Io sto bene solo con Maria.
-Chi è?
-Un'amica della mamma che viene a fare le pulizie a casa nostra ogni tanto. È brava e mi vuole bene.
-Ti piace leggere, Lucia?
-Sì, ma solo i libri con le illustrazioni.
-Mi piacerebbe regalartene uno. Dove abiti?
-In via Mercadante numero 58.
-Non è molto lontano da casa mia. Quando posso venire a portarti il libro?
-Anche adesso. Però non voglio disubbidire a papà. Mi ha detto di non fare entrare sconosciuti in casa.
-Ha ragione. Allora vengo quando c'è lui.
-Che peccato. Volevo che venivi adesso.
-Per caso l'amica di tua mamma abita nel tuo stesso palazzo?
-Sì, Maria abita al primo piano, io al quinto.
-Allora perché non la inviti a salire da te? Ti richiamo tra dieci minuti. Se siete insieme, passo a trovarvi.
-Le telefono subito.
Susanna riattaccò, risollevò il ricevitore, digitò con attenzione il numero della nonna e le parlò della conversazione che aveva avuto con Lucia.

Racconto 33°

CARMINE TRA LE ONDE DELLA MUSICA

Carmine aveva solo pochi mesi quando suo padre cominciò ad addormentarlo facendogli ascoltare brani di musica tratti da Mozart, Beethoven e altri compositori famosi.
Erano musiche tenere e dolci, delle quali Carmine non serbava memoria, naturalmente.
Ma, senza che se ne accorgesse, lo preparavano ad un ascolto più consapevole, via via che gli anni passavano.
Suo padre, infatti, continuava a fargli ascoltare musica classica quando tornava da scuola, per rilassarlo; dopo cena, per facilitargli la digestione; prima di coricarsi, perché facesse bei sogni.
A otto anni, Carmine conosceva i pezzi più celebri e sapeva distinguerli uno per uno. Perciò sceglieva lui quali ascoltare, a seconda del suo umore.
-Cosa ascoltiamo? - gli chiedeva il padre.
-Mozart, papà.
-Stasera cosa preferisci?
-Chopin andrà bene.
Carmine aveva una gatta. Si chiamava Serenella ed era giovane e irrequieta.
Quando Carmine la vedeva guizzare da una stanza all'altra, facendo capriole e balzi prodigiosi e mettendo in pericolo le tende del soggiorno, accendeva lo stereo, andava a recuperare Serenella, se la metteva in grembo e ascoltava insieme a lei la musica che si diffondeva per la casa.
Serenella si calmava subito, posava la testa sul cuore di Carmine e faceva le fusa.
Un giorno Carmine incontrò nell'ascensore l'anziano che aveva occupato da pochi giorni l'alloggio accanto al suo.
-Mi chiamo Rocco - si presentò l'uomo. -Sei tu che ascolti la musica classica in casa?
-Sì.
-Le pareti sono sottili e la sento anch'io.
-La disturbo?
-Tutt'altro. Vorrei chiederti di alzare un po' il volume, in modo che possa ascoltarla anche mia moglie, che ci sente poco. Soprattutto dopo pranzo, la tua musica ci fa tanto bene. Ci sediamo nel soggiorno, uno accanto all'altra, e chiudiamo gli occhi. Quando finisce, rievochiamo ora un ricordo, ora un altro. Ripassiamo la nostra vita, insomma.
Un dopo pranzo di maggio, mentre ascoltava la musica con Serenella serrata al petto, Carmine si addormentò.
Quando si svegliò e aprì gli occhi, sul davanzale della finestra aperta vide due passeri, un maschio e una femmina. Con le teste che si toccavano, ascoltavano incantati la musica che riempiva la stanza.
Carmine non si mosse, per non spaventarli.
Ma appena la musica finì, i due passeri si voltarono e spiccarono il volo nell'aria tiepida di maggio.

Racconto 34°

MARIO IL FOTOGRAFO

A Mario era sempre piaciuto fare delle foto. Non quelle che si scattano con il telefonino, bensì quelle che si fanno con una vera macchina fotografica.
Da tempo era diventato amico del fotografo grazie al quale i suoi genitori aveva messo insieme il suo album dei ricordi. Si chiamava Erasmo e aveva fotografato Mario al battesimo, quando cominciava a fare i primi passi, e così via. I genitori di Mario volevano delle foto perfette per l'album del figlio ed Erasmo era il fotografo giusto per catturare situazioni speciali e stati d'animo particolari del bambino.
Erasmo aveva spiegato più volte a Mario i segreti della fotografia. Perciò quando compì nove anni, Mario chiese ai suoi genitori di comprargli la macchina fotografica consigliatagli da Erasmo.
Appena l'ebbe, si mise al lavoro ed entrò subito in azione. Che cosa poteva fotografare?
Sul balcone accanto al suo, vide un vaso di gerani. I fiori erano quasi disseccati e sembravano reclamare un po' d'acqua per sopravvivere. Mario scattò una foto di quella piccola desolazione, poi andò dalla vicina e le chiese di dissetare i gerani.
Un giorno era fermo al semaforo e assistette al bisticcio furioso tra due automobilisti. Erano usciti entrambi dalle rispettive auto e si scambiavano parole orribili. I lineamenti dei loro visi erano stravolti, gli occhi erano iniettati di sangue, le bocche deformate.
Mario fotografò quei volti e quando rivide la foto a casa, ebbe l'impressione di avere fotografato due diavoli.
Un altro giorno accompagnò sua madre al mercato. E mentre gironzolava con lei tra una bancarella e l'altra, vide un cane, sicuramente randagio, che aveva rubato un panino col formaggio a uno dei venditori. Non si era nemmeno allontanato dal luogo dove aveva commesso il furto, tanta doveva essere la fame che lo attanagliava. Strappava a morsi il panino, tenendolo fermo con una zampa, e intanto si guardava intorno, caso mai qualcuno volesse toglierli dalle fauci quel banchetto inatteso.
Mario non esitò, estrasse la macchina fotografica dalla tasca del giubbotto e scattò una foto al cane che sembrava lottare per vivere.
Un giorno vide un riccio che doveva essere nato da poco, tanto era piccolo. Se ne stava nascosto, impaurito, dietro un cespuglio dei giardinetti che Mario frequentava all'uscita da scuola.
Mario lo fotografò e disse alla madre: - Chissà com'è arrivato da queste parti. Non possiamo lasciarlo lì. Qualcuno, prima o poi, lo tormenterà, o sarà travolto da un'auto se cerca di attraversare la strada. Portiamolo dal veterinario che cura la nostra gatta.
Il veterinario, che aveva una casa con un giardino in collina, disse: -Me ne occupo io. I ricci mi sono sempre piaciuti. Hai fatto bene a portarmelo.
Ormai le foto di Mario riempivano alcuni album ed era sorpreso anche lui dalle tante occasioni che si offrivano per essere fermate in una immagine.
Come quella del neonato che una giovane madre aveva allungato su una coperta distesa sull'erba di un parco. Il piccolo si voltava da una parte e dall'altra, cercava di rizzarsi sulle ginocchia, ricadeva carponi sulla coperta, lottava da solo per vincere una delle sue prime battaglie per la vita.

Racconto 35°

I DIARI DI FIORELLA

Fiorella cominciò a tenere un diario quando compì sei anni. Sapeva già leggere e scrivere da un pezzo, avendo imparato da sola.
Il primo giorno scrisse: -Oggi faccio sei anni. Tutti dicono che è un compleanno importante. Ma nessuno sa spiegarmi perché.
Adesso aveva nove anni, faceva quarta e, ogni tanto, rileggeva le frasi che aveva annotato nei suoi diari nel corso del tempo.

Mi vergogno. Ho offeso Marina senza volerlo. Posso scusarmi in tre modi: o lo faccio a voce, o le scrivo una lettera, o la chiamo al telefono. Non ho ancora deciso.

Durante l'intervallo, rientrando in classe per prendere un fazzoletto di carta, ho scoperto che Mimmo stava leggendo il mio diario.
-Come ti sei permesso di frugare nel mio zaino? - gli ho chiesto.
-Volevo vedere se hai parlato di me.
-Perché avrei dovuto farlo?
-Tutti si prendono gioco di me per il mio naso grosso. Ero curioso di verificare se anche tu mi prendi in giro di nascosto.
Non lo farei mai. A me il naso di Mimmo sembra normale e mi sta anche simpatico. Voglio dire, Mimmo con il suo naso.

Oggi mia madre non è venuta a prendermi all'uscita da scuola e sono tornata a casa con la mamma di Ornella.
Quando sono entrata con la mia chiave, l'ho sentita tirare su col naso in cucina. Sono andata da lei e mi sono resa conto che stava piangendo, anche se ha cercato di nasconderlo passandosi in fretta una mano sugli occhi.
Allora le ho chiesto: -Perché piangi?
-Così, senza un motivo.
Non è possibile, mi sono detta. Uno piange o perché è troppo triste o perché è troppo felice. Qual era il caso di mia madre?

La mia gatta crede di essere una bambina. L'ho coccolata troppo sin da piccola. Perciò appena si sente un po' trascurata, si mette a miagolare e non la smette finché non la prendo in braccio e le faccio un po' di carezze sulla nuca o delle grattatine sotto il mento.

-Fino a quando continuerai a tenere un diario? - chiese un giorno il padre a Fiorella.  
Fiorella non seppe cosa rispondere. Ma forse avrebbe potuto dire: Finché continuerò a sorprendermi di quanto sia varia e meravigliosa la vita, papà.

Appuntamento a lunedi' per un nuovo racconto!

© Angelo Petrosino. E' vietato riprodurre su altri siti o piattaforme anche piccole parti del testo senza il consenso esplicito dell'autore. Le illustrazioni sono di Sara Not e protette da copyright.